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 CULTURA
martedì 02 gennaio 2007, 00:00

ALCHIMIA La quintessenza della mente

Questa falsa scienza è come un fiume carsico nella storia dell’umanità Riemergendo, a esempio, nei rosacrociani o nella New Age. Un’antologia dei «testi della tradizione occidentale»

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Alla parola «alchimia», che si dovrebbe forse pronunciare «alchìmia», associamo subito la medioevale ossessione, ristretta a pochi, della trasmutazione dei metalli, e tendiamo probabilmente a lasciar cadere lì l’argomento. A un gradino successivo d’attenzione possiamo riflettere sul fatto che era un’arte con la quale si credeva di convertire i metalli in oro, il metallo perfetto, e di creare pozioni capaci di guarire qualsiasi malattia. A un livello ulteriore di disponibilità riflessiva, si stabilirà che quest’arte, stata pagana prima che alto- e basso-medioevale, cercava la trasmutazione dei metalli vili attraverso l’individuazione di un unico principio attivo, la «quintessenza», la pietra filosofale, strada che doveva condurre all’elisir di lunga vita, alla sulfurea aspirazione faustiana dell’eterna giovinezza, tutte pratiche sospette che la Chiesa ovviamente s’affrettò a bollare come demoniache.
È forse lecito pensare che tali studi misterici, e le loro pratiche, si svolgessero in ambiti circoscritti e marginali, senza grande risonanza nel mondo, come dire, nel «lavoro» e in tutte quelle attività che esso macinava, dai commerci alle arti. Se Dante nel canto XXIX dell’Inferno si prende la briga di citare un falsario alchimista, da lui conosciuto personalmente e finito male («Sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,/ che falsai li metalli con l’alchìmia;/ e te dee ricordar, se ben t’adocchio,/ com’io fui di natura buona scimia»), è assai dubbio che, nei secoli di fioritura dell’alchimia, fra Tre e Quattrocento, il mercante o il calzolaio fiorentino, o il piccolo armatore veneziano impegnato a battere le coste dell’Istria e della Dalmazia, avessero per la testa l’alchimia. Insomma, del sogno alchemico, falsa scienza che presagiva peraltro la nascita, nella seconda metà del Seicento, di una scienza vera, la chimica, parrebbe di non poter parlare se non in termini storici.
Invece, è da questo nostro ultimo assunto in poi, nel senso di una sua implicita smentita, che sembra partire l’enorme lavoro esegetico, compilatorio, antologico, che è ora depositato in Alchimia. I testi della tradizione occidentale, a cura di Michela Pereira («I Meridiani. Classici dello spirito», pagg. CXXXVI-1566, euro 55). Infatti, come dice nel dottissimo saggio introduttivo la curatrice, la tradizione alchemica, con il suo simbolismo che aspira all’integrazione della mente col mondo, attraverserebbe, come un lungo fiume carsico dalla linfa nascosta, i secoli fino a noi alimentando la nostra cultura, «ma a cui possono attingere solo quanti non hanno paura di avventurarsi nel profondo».
Nelle sue vene, diverse per origine, contenuti, lingua, la tradizione alchemica, partendo dallo scopo originario di perfezionamento della materia, di cura del mondo, di purificazione di sé, si sarebbe col tempo arroccata nel mito, anche per un’orgogliosa diversificazione dalle scienze moderne, e si troverebbe radicata «nei gruppi esoterici ancora vitali e attivi nella realtà politica e nella cultura», come il movimento rosacrociano, per arrivare persino alla New Age. Cosa non si farebbe pur di rimanere abbarbicati all’irrazionalismo? Pur di rifiutare la vetusta ma sempre pericolosa idea di progresso, con le sue scienze sociali? Pur di sfuggire alla delusione delle ideologie per avervi demandato l’esigenza di risposte assolute, come nelle religioni? Pur di non liberarsi da una dolorosa ma seduttiva nostalgia di divino, quella che spingeva gli alchimisti a cercare di ri-creare il Paradiso, a ricevere forse i misteri dell’integrità di sé col mondo attraverso i segreti trasmessi dagli angeli caduti?
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