martedì 09 febbraio 2010
 
 CULTURA
sabato 03 ottobre 2009, 07:00

Anche gli editori hanno smesso di credere nei libri

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Già a scuola, e soprattutto all’università, questa stima viene presa a picconate: là perché gli insegnanti non sono più autorevoli, qui perché gli insegnanti ci mettono del loro. Le case editrici si trovano così a lavorare in un mondo poco interessato al loro prodotto.
Molti anni fa era normale per tutti che stampare libri fosse un’attività in perdita, anche perché la stima per i libri era diffusa nella società, e il mercato era imprevedibile ma ampio, senza margini. Ma in una società indifferente al valore dei libri questo non è più possibile, occorre creare nicchie di mercato e poi allargarle piano piano, finché si può.
Così i lettori sono diventati non più un indice credibile degli umori della società, ma un mondo a parte, e i libri, tranne rari casi, non la rappresentano più. Se il mercato è ristretto, l’interesse va creato. Perciò l’editore diventa sempre meno un intellettuale e sempre più un esperto di mercato.
Un effetto di questo stato di cose è il crollo verticale delle traduzioni di libri importanti, e non solo di saggistica, ma che hanno la disgrazia di non essere dei (presunti) best-seller. Geno Pampaloni mi diceva che ai tempi suoi per gli scrittori la casa editrice era una vera e propria casa. Bene, adesso non è così. Non c’è posto dove uno scrittore si senta meno a casa propria di una casa editrice. L’attività è frenetica, il personale è poco, e il tempo di costituire cenacoli filosofici o letterari o politici non c’è. È molto raro (per non dire impossibile) incontrare in una casa editrice qualcosa di simile a un’autorevolezza culturale, a un punto di dialogo, di scambio di idee.
Del resto i libri sono un prodotto da vendere, e spesso gli autori si mettono di traverso, con le loro manie. Se gli autori non ci fossero e i libri potessero essere prodotti direttamente dagli editori (che sanno come si confeziona un libro per il nostro mercato) le cose andrebbero molto meglio. Se gli scrittori smettessero di credersi autori di qualcosa e diventassero degli esecutori al servizio di un progetto collettivo chiamato Vita di Napoleone (oppure Antropologia della globalizzazione oppure Mia cugina Fernanda, fate voi) le cose andrebbero molto meglio. Avremmo prodotti sempre all’altezza del mercato.
Da ultimo. In una società che non crede più nei libri (università inclusa) gli editori sono costretti a crederci, se non altro perché li fanno. Ma che significa credere nel libro? Chi lavora in una casa editrice oggi ha pressappoco gli stessi problemi di tutti quelli a cui i libri non interessano, fa la loro stessa vita, guarda gli stessi film e gli stessi programmi tv, e così via. Spesso quella di credere nel libro appare tutt’al più una specie di ostinazione personale.
La fede nel libro è rimasta, secondo me, soprattutto nei cosiddetti piccoli editori. Il loro è un mondo disordinato ma vitalissimo e pieno di persone coraggiose. Nel nostro tempo è soprattutto nell’impegno di alcuni tra loro che si specchia la volontà, grazie a Dio non ancora morta, di trattenere attraverso il libro una porzione più vasta di memoria. Non per tornare al passato, ma per permettere al passato di rispondere alle sollecitazioni del presente. So bene, infatti, che una copia della Divina Commedia sarà reperibile sempre, ma temo il giorno in cui la Divina Commedia non risponderà più a nessuna domanda.
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