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 CULTURA
sabato 31 ottobre 2009, 15:42

Beppe Niccolai, il sogno impossibile del missino eretico

Vent'anni fa moriva il politico galantuomo che tentò di ricucire la ferita storica tra fascisti e comunisti

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Sapete chi era Beppe Niccolai? Era un politico ma galantuomo, era un missino ma eretico, che sognava di ricucire la ferita storica tra fascisti e comunisti e di combattere insieme contro la mafia e il potere democristiano, i potentati economici e la servitù americana. Uno così chi può ricordarlo oggi? Nessuno, né a destra né a sinistra e nemmeno al centro, tra gli antifascisti o tra i moderati. Non si può ricordare uno spirito trasversale in epoca di bipolarismo marziale. Ma proprio per questo Beppe merita di essere raccontato, come un limpido marziano che visse nell’era ideologica integrale, il Novecento, assorbendo le sue passioni ma non i suoi livori. Niccolai morì a Pisa (dove era nato il 26 novembre del ’20) il 31 ottobre di vent’anni fa, ovvero nove giorni prima che cambiasse il mondo, col Muro crollato e poi la caduta del comunismo, e da noi la fine del neofascismo e della Prima Repubblica. Per il ventennale un convegno con molti testimoni non politici è stato dedicato a lui sabato scorso a Montecosaro. Quando morì, Niccolai lasciò un vuoto, ma era lo stesso vuoto che lo circondava quando era in vita. Beppe dissentiva da Almirante, e spesso era all’opposizione nell’opposizione, distante pure da Rauti. L’avevano sistemato in una teca, con l’etichetta di coscienza critica, amato e accantonato.

Niccolai era pisano e perciò destinato, secondo Dante, al ruolo di vituperio delle genti. Vituperio forse lo fu sul piano delle idee provocatorie; ma a conoscerlo era amabile e perfino fragile, tutt’altro che un fascistone prepotente con le certezze granitiche, in bianco e nero. Però fascista lo era stato davvero, volontario in Africa, e poi prigioniero degli americani nel Fascists’ Criminal Camp ad Hereford, per fedeltà al suo fascismo. Per dirvi del suo spirito eretico ve ne racconto alcune. A Pisa fu l’antagonista storico di Adriano Sofri, che mobilitò Lotta continua per impedire un suo comizio il 5 maggio del ’72. Negli scontri con la polizia morì un anarchico, Serantini, e anche per vendicarlo pochi giorni dopo fu ucciso Calabresi. Ma Niccolai difese il suo «nemico» Sofri quando fu accusato dell’omicidio del commissario. Oppure, quando era parlamentare fece memorabili interventi in commissione Antimafia contro le collusioni politiche, soprattutto democristiane, e fu elogiato anche da Leonardo Sciascia, allora parlamentare del Pci. Oppure quando denunciò le stragi e le responsabilità dei servizi segreti; o quando riuscì a scucire la verità ai magistrati veneziani su un aereo Argo 16 della nostra aeronautica militare abbattuto dagli israeliani nel novembre del ’73 a Venezia uccidendo i militari italiani a bordo, perché aveva portato in salvo alcuni terroristi arabi sorpresi a Fiumicino a preparare un attentato a un aereo di linea israeliano. Un’operazione filoaraba condotta dall’allora ministro degli Esteri Aldo Moro. O ancora, quando fu espulso dal Msi: fu il primo atto compiuto da Fini leader.

Beppe aveva fatto votare nell’88 alla direzione del Msi un ordine del giorno contro i potentati economici che aveva ripreso da un comitato centrale del Pci: Fini aderì convinto con il suo partito. Poi Niccolai raccontò al Corriere della Sera la beffarda verità, e Fini lo cacciò, perché all’epoca aveva orrore delle contaminazioni con la sinistra; fu poi riammesso grazie ai buoni uffici di Tatarella ed altri. Ma il suo scopo non era goliardico, non voleva prendere in giro il suo partito, ma dimostrare che i pregiudizi ideologici impediscono a volte convergenze su temi condivisi. Conobbi Niccolai perché era in possesso di appunti inediti di Berto Ricci, fascista eretico dalla mente lucida e il cuore puro, che in parte pubblicai con la prefazione di Indro Montanelli. Ricordo una sera a Pisa, in una scalcagnata «500» guidata da un militante di Cecina, tale Altero Matteoli, ora ministro. Nel sedile posteriore, in condizioni disumane, sedevano Niccolai e Tatarella; mi avevano lasciato, benché ragazzo, il posto davanti, come si usa per cavalleria alle donne, ai disabili e agli intellettuali. A casa sua Niccolai mi mostrò quei quaderni di Ricci che maneggiava con religiosa devozione. Ci vedemmo altre volte, accomunati dal gusto ardito dell’eresia e dalla rivoluzione conservatrice, da amici comuni come Giano Accame e Gino Benvenuti, dalla passione per i libri forse per contagio paterno, essendo ambedue figli di presidi di liceo, cresciuti con una buona biblioteca in casa.
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#2 fransisco2 (292) - lettore
il 01.11.09 alle ore 0:34 scrive:
Quel che scrive Veneziani riguardo Niccolai è sacrosanta verità. Sono pisano e ricordo che in città tanti, anche di sinistra ,si rivolgevano a Niccolai per dirimere questioni ed ottenere giustizia dallo stesso comune di Pisa. Era benvoluto perchè sincero come il buon vino novello. Ho avuto piacere leggere questo articolo, perchè spesso i migliori ed i puri di spirito vengono dimenticati.
#1 GiovanniBagheria (61) - lettore
il 31.10.09 alle ore 19:55 scrive:
In nome anche di Berto Ricci e Beppe Nicolai, sarebbe bene che gli eretici e puri si riunissero per dare vita a nuovo partito per la rivoluzione nazionale e sociale. Onore a Beppe Nicolai.
2 commenti
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