martedì 09 febbraio 2010
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 CULTURA
mercoledì 15 novembre 2006, 00:00

Biblioteca nazionale l’inferno quotidiano del lettore sperduto

Una giornata fra libri razionati, schede equivoche, tempi biblici di consegna e l’incubo finale della dicitura «irreperibile»

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Per il condannato a percorrere il girone infernale della Biblioteca Nazionale di Roma, il lunedì e il giovedì rappresentano i giorni della speranza. Solo allora, lo studioso o il semplice lettore godono del privilegio di poter richiedere libri in consultazione anche il pomeriggio, addirittura fino alle 17,30. Nel resto della settimana, alle 14 la distribuzione è interrotta e chi s’è visto s’è visto. Ci si accontenta di sfogliare i volumi lasciati in deposito con lodevole lungimiranza nei giorni precedenti o di ritirare fotocopie pagate a peso d’oro.
Ma il lunedì e il giovedì si possono sparare tutte le cartucce bibliografiche gelosamente predisposte in settimane di sovietica programmazione. Tre libri per volta (questo è il massimo consentito) e richieste da scaglionare un’ora dopo l’altra. Ma la fiducia nella tempestiva consegna del volume è destinata ben presto a naufragare e l’ignaro esploratore delle spaziose sale di Castro Pretorio scopre che l’attesa promessa di un’ora si dilata, quando va bene, almeno del doppio. Gli habitué convinceranno il neofita a non dirsi sfortunato: l’odissea qui è norma, non eccezione. Meglio essere ottimisti e occupare il periodo di forzata inattività passeggiando negli asettici corridoi di questo mastodontico edificio anni Settanta, da qualche anno trasformato in salone aeroportuale o in perfetta location di congresso di partito.
Sarà opportuna anche un’escursione nei giardini esterni: non ne mancherà l’occasione poiché capita spesso che tra mille scuse dell’incolpevole personale (che si lamenta della mancanza cronica di impiegati senza tuttavia disdegnare la consolazione di corroboranti sedute di solitario al computer) venga consegnato il libro sbagliato: una «R» scambiata per «P» nel codice di collocazione segnato sul modulo vanamente compilato con precisione certosina, e la frittata è fatta. Dinanzi alla stizza del disgraziato la responsabile di sala, se è in vena di comprensione, telefonerà al piano interessato chiedendo spiegazioni: di solito non risponde nessuno. Ci si rassegna perciò ad attendere almeno un’altra ora, sempre che non si sia nei pressi della pausa pranzo, perché in tal caso i tempi sono biblici.
Gli amanti del Novecento letterario o di pregiate prime edizioni potrebbero trascorrere il tempo vacante all’interno della Sala Falqui, un locale in cui sono esposte a scaffale aperto le opere appartenute al grande critico. Anche questa si rivela però una sterile velleità: il locale è aperto solo di mattina, con buona pace di insegnanti volonterosi che si vedono precluso l’accesso a quella miniera di volumi a portata di mano. Né è lecito leggere nel frattempo un libro con previdenza portato da casa: nella Nazionale è vietato accedere con volumi propri e ai tornelli d’entrata c’è chi è impiegato a far rispettare questo editto fondamentale.
A suo modo però la Biblioteca sa essere democratica e riservare a tutti lo stesso trattamento. Anche il ricercatore che frequenta l’emeroteca non può dirsi più felice: le copie cartacee di periodici, riviste e quotidiani sono ormai tutte o quasi «escluse dalla visione» (si deperirebbero, ci dicono), ma quelle microfilmate che dovrebbero sostituirle riservano sorprese a non finire: bobine rotte, pellicole sfilacciate, collezioni lacunose (spesso, ironia della sorte, manca proprio il numero cercato) per finire con la beffa di non trovare posto tra la selva delle macchine predisposte alla consultazione, una parte delle quali è non di rado fuori servizio.
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