martedì 05 maggio 2009, 07:00
Che disastro i genitori sessantottini
Il senso è che tutti i nodi vengono al pettine. E che se un bambino viene lasciato solo per troppo tempo mentre mamma e papà fanno la rivoluzione, prima o poi si chiede: «Doverano i miei?». Se qualcosa o qualcuno vanno smitizzati, da Che Guevara fino a papà e mamma, è probabile che accada fra i trenta e i quarantanni. Per i narratori italiani il momento giusto è arrivato: i figli dei figli dei fiori si sono seduti alla scrivania e hanno cominciato ad abbattere a macchina gli anni dellinfanzia e delladolescenza. Riempiono le pagine di saghe sgarrupate, in cui i protagonisti cercano invano di rimettere insieme i cocci del vaso domestico infranto da genitori libertari e rivoluzionari, il più delle volte incontrati per caso in cucina o in sala da pranzo alle tre, di notte - finito il collettivo - o del pomeriggio non importa, purché fuori orario canonico.
Tutte opere di finzione, certo. Sennonché quegli anni coincidono con i «formidabili» e se un trenta/quarantenne di oggi scrive un romanzo generazionale probabilmente dentro ci troverete i movimenti, la politica e il terrorismo, gli stalinisti e i perbenisti, le rivoluzioni e le requisizioni, ma soprattutto la Famiglia di Origine. Da rifiutare, da ribaltare, da disprezzare, da recuperare, da prendere in giro o da cui tenersi alla larga. A dirla tutta sono state le Madri a dare il via al riflusso di coscienza: poco più di un anno fa Cristina Comencini con Lillusione del bene e Ippolita Avalli con Mi manchi (entrambe autrici Feltrinelli). Oggi Lidia Ravera con La guerra dei figli (Garzanti) e persino una narratrice mass market come Sveva Casati Modignani con Il gioco delle verità (Sperling&Kupfer). Tutte si cimentano nella descrizione del Grande Sgomento di fronte al legame di sangue che si fa osmosi di fiele, ai bambini degli anni Settanta che, cresciuti, azzannano la mammella dellideologia che li nutrì, vittime di quello che la Ravera chiama «snobismo della disillusione». E della domanda di cui dicemmo: «Doverano i miei?». La cui risposta, «in manifestazione», non può più bastare.
A ciascuno allora, il suo romanzo, con la sua risposta. I genitori di Arto Viliega, ateo fornicatore e bugiardo patentato, nato allAvana il 12 gennaio 1973, protagonista del caustico Gli asini volano alto di Marco Archetti (Feltrinelli) - classe 1976 - erano a Cuba, ad esempio. Papà «dissennato testa calda» nel 1971 ha trascinato mamma - cattolica convinta e scuola dalle Marcelline - a «edificare il comunismo con la cazzuola» e a sposarsi fittiziamente con due nativi per ottenere «quella serie di privilegi di cui chiunque avrebbe fatto a meno: la tessera di razionamento, liscrizione al partito e una casa in uno scoraggiante lotto popolare».
Mamma simpiega a Radio Progreso e scrive commedie filosocialiste e papà fa il muratore. Ma più i giorni passano più mamma saccorge che in quellinferno rovente il latte costa un occhio, non si trovano aspirine e Fidel Castro è Satana. E, incinta del secondo figlio, Giosuè, se ne torna a Milano. Per i due fratellini è uninfanzia tra nonni, regali riparatori e papà che torna dopo dieci anni con un mazzo di fiori dietro cui si nasconde il «solito idealismo». Con una siffatta coppia parentale è inevitabile che poi Arto prenda lideale con filosofia e immagini di raccontare così alla futura progenie serate come quella del 9 novembre 1989: «Cari nipoti, stavamo cenando ed è morta lIdea. Il funerale era liberatorio, inaudito, festoso. Il comunismo falliva in diretta tv, davanti a tutti, indecentemente. Il sogno si spappolava e noi restavamo con la forchetta a mezzaria». Inevitabile anche che, quella stessa sera, il fratellino Giosuè annunci a papà e mamma che vuole entrare in seminario.