il commento 2

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diNessuno può permettersi discutere la serietà della ricerca che ha condotto a ipotizzare che i neutrini possano viaggiare a una velocità superiore a quella della luce. Tuttavia qualcosa stona nel modo in cui è stato gestito l'annuncio di questo risultato. Non si tratta delle perplessità sollevate da più di un fisico autorevole, come Carlo Rubbia e John Ellis. Tutto ciò è normale: un risultato sperimentale di questa portata non può non essere sottoposto a una verifica approfondita e a un ampio dibattito che condurranno, dopo parecchio tempo, a conclusioni unanimemente accettate. Neppure è sorprendente che 30 dei 160 scienziati coinvolti nell'esperimento avessero dubbi tali da non firmare il preprint con cui è stato annunciato il risultato. Sorprende invece che sia stato messo ai voti il lavoro svolto e che su questa base si sia deciso di pubblicare il preprint, mentre i 30 «dissidenti» preferivano presentarlo come articolo a una rivista internazionale affinch´ superasse il vaglio di un giudizio indipendente e, in conclusione, hanno deciso di non firmarlo. Situazioni del genere possono forse presentarsi soltanto nel contesto di lavori con tante firme. Per un lavoro di fisica teorica a tre firme sarebbe inedito fare una simile votazione. E, nel caso di due sole firme con pareri opposti, cosa si farebbe? Probabilmente la soluzione migliore sarebbe, e sarebbe stata, quella di seguire la tradizionale procedura di pubblicazione: procedura lenta che annacqua gli effetti mediatici. Sembra che anche la fisica si sia lasciata contagiare dalla tendenza caratteristica delle scienze biologiche e biomediche in cui prima si fa l'annuncio e poi la pubblicazione scientifica, col risultato che molte scoperte scoppiano come una bomba e poi non si sa più se siano state confermate (si è mai più sentito parlare del vaccino contro l'Aids?). La sovraesposizione mediatica non è mai un bene per la ricerca scientifica e lo si è visto anche in questo caso. I giornali si sono riempiti di annunci del crollo della teoria della relatività di Einstein seguiti da annunci altrettanto stentorei in sua difesa (Hack e Zichichi da una parte, Odifreddi dall'altra). Di fatto, è certo che se il risultato dell'esperimento fosse confermato al di là di ogni dubbio le conseguenze teoriche sarebbero imponenti e non aggiustabili con due calcoletti. Ma anche sulla portata di queste conseguenze si è sparato grosso. Si è parlato della possibilità di invertire la freccia del tempo, di viaggiare nel passato e di crisi del principio di causalità perch´ l'effetto potrebbe precedere la causa. Si dimentica che il principio generale secondo cui ogni effetto ha una causa è la condizione stessa di esistenza della conoscenza scientifica, e senza di esso neppure l'esperimento dei neutrini sarebbe concepibile e interpretabile. Tutto deriva da una grossolana confusione tra rappresentazione formale-matematica e realtà, identificando così le contraddizioni che l'esperimento provoca nel modello (che potrebbero metterlo in crisi e indurre ad abbandonarlo) con proprietà reali. Insomma, questioni tanto sottili e complesse mal si accordano col commento affrettato e col sensazionalismo. In questo clima rientra l'annuncio da parte del ministero che con il «superamento della velocità della luce» si è avuto un progresso epocale, come se non stessimo parlando di fatti naturali e fosse in gioco una corsa al record: i neutrini che battono la luce einsteiniana sui 300.000 km piani. Se ci si chiede che cosa spinga la ricerca scientifica a gettarsi in un'arena mediatica da competizione sportiva o da quiz-show televisivo - col risultato di sollevare polveroni poco consoni a un autentico spirito scientifico - la risposta più attendibile è: la necessità impellente di ottenere fondi di ricerca. Da questo punto di vista, introdurre come parametro di valutazione dei ricercatori la «capacità di attrarre fondi» è una delle idee più sbagliate e perniciose che si possano immaginare.

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