In effetti Michele Mari, sin dai suoi esordi ventitre anni fa con Di bestia in bestia (1989) è un po’ un unicum nel panorama della narrativa italiana. È l’unico infatti che possiede un retroterra culturale che gli permette di combinare il classico con i capolavori della narrativa gotica, nera, orrorifica e fantasmatica, e di coniugare una sapienza di scrittura allo stesso tempo originale e mimetica, dato che riesce a mettere insieme gli stilemi di volta in volta arcaici, medievaleggianti, settecenteschi o ottocenteschi, con un uso del linguaggio che ricorda Gadda e Manganelli: il risultato è personalissimo, per nulla pedante e sempre assai godibile. In più Mari è per fortuna un tipo appartato, non si mescola al culturame firmaiolo, è lontano da convegni chiassosi e volgari, non è un tuttologo che imperversa sui giornali e in televisione, aborrisce i luoghi comuni e la tabe del politicamente corretto. Segue la sua via, la sua ispirazione, i suoi studi. Ha la vocazione di “affabulare” (come fa dire ad uno dei suoi personaggi), è uno cui piace “raccontare storie” (come dice di sé Ray Bradbury di cui Mari è un estimatore). E le sue storie, logiche nella loro improbabilità, affascinano sul serio.
Chi si è stufato dell’ultima ragazzina “grande scrittrice”, delle vicende di operai in cassa integrazione e di imprenditori falliti, delle satire politiche contingenti, delle saghe familiari, delle problematiche psicologiche post-industriali... insomma delle cose che vanno oggi per la maggiore nella narrativa italiana e sono premiate per la loro fuffa, allora deve leggere Fantasmagonia (che potrebbe anche essere Fantasmagoria) dove imperversa la letteratura che è vita e la vita che è letteratura, ovvero la letteratura umanizzata. La maggior parte dei protagonisti sono infatti figure della letteratura mondiale e i loro personaggi, esseri umani ed esseri cartacei che sono al centro dei racconti di Mari, evidentemente quelli che più lo hanno affascinato soprattutto nella giovinezza e che ha approfondito quando è diventato docente di letteratura italiana all’Università di Milano.
Il «mostro» abbinato con l’infanzia è un dei temi favoriti da Mari, ma non bisogna ricorrere a Freud per dare una spiegazione: basta ricorrere alle sue letture. E la “mostrificazione” dei grandi personaggi letterari è uno dei maggiori divertimenti e per noi e per lui: infatti lo diventano senza irriverenza o dileggio, ma semplicemente accentuando alcune loro caratteristiche, e ciò era già presente nel delizioso Io venia pien d’angoscia a rimirarti (1990) dove Giacomo Leopardi è adombrato nelle vesti di un vampiro: lo stesso capita in Fantasmagonia per Byron e Shelley (Villa Diodati), per Machiavelli (Il centauro) o anche per Salgari (Mamapraciam), dove si affronta il tema dell’ispirazione di cui si diceva all’inizio, insieme ai Grimm in un racconto dal doppio colpo di scena, senz’altro tra i migliori del libro (Il patrimonio del popolo tedesco), ed a Shakespeare (La famiglia della mamma). Non mancano altri, coinvolti nelle avventure più singolari e paradossali: da Kafka/Collodi (Josef K.) al reverendo Dodgson alias Lewis Carroll (Il balbuziente), da Omero e Borges (Grecia-Argentina) a Ribaud (Ogni stagione è l’inferno), da Cecco Angiolieri (Cecco mette a punto il suo furore) a Saint-Exupéry (Aerei e favole) e al pittore Piero di Cosimo nel racconto omonimo.
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