Londra, con la minigonna di Mary Quant, le Aston Martin di James Bond, i primi dipinti gay di David Hockney, la rivalità tra Beatles e Rolling Stones, i Mods e l’avanguardia architettonica degli Archigram, è la capitale della coolness europea. All’ICA (Institute of Contemporary Art) e alla Whitechapel si tengono le mostre più sperimentali del secondo dopoguerra: tra queste «This Is Tomorrow», forse la prima con un vero e proprio taglio curatoriale, che dichiara la necessità di mescolare alto e basso, inserendo nell’arte le pratiche della vita quotidiana e della comunicazione di massa. Altra esposizione cui far riferimento, questa volta a New York, è «New Images of Men» (1959), dove l’uomo torna protagonista, nelle sculture esili di Alberto Giacometti, nei collage dello scozzese Eduardo Paolozzi, nell’art brut di Jean Dubuffet e nel postsurrealismo del gruppo Cobra (Appel e Jorn in particolare).
Come si vede è tutta l’Europa, e non solo Londra, a «rispondere» alla nuova onda del Pop americano, che ha in Johns e Rauschenberg i precursori. Rispetto all’enfasi e alla seduzione dell’oggetto merce degli Usa, nel Vecchio Continente è ben chiara la consapevolezza di un elemento critico, che avverte il lato alienante del consumo fine a se stesso. Così a Parigi (ma con sponda milanese) nasce nel 1960 attorno al critico Pierre Restany il Nouveau Realisme, di cui fanno parte le compressioni di César, le accumulazioni di Arman, il monocromo blu di Klein e i manifesti strappati di Rotella.
Né l’Italia resta a guardare, anzi attraverso il policentrismo che da sempre la contraddistingue, esprime almeno due visioni «pop metropolitane» se non antitetiche almeno complementari, senza dimenticare il ruolo propulsore della provincia, ad esempio nelle rassegne «Alternative attuali» che Enrico Crispolti curava a L’Aquila e che tastavano il polso di un’arte esattamente nel suo farsi. Mentre Roma è il palcoscenico per l’esperienza di Piazza del Popolo, drammatica ed esistenziale, con Schifano, unica rockstar della pittura italiana, Angeli e Festa, a Milano va in scena una visione più leggera e mentale, di artisti in buona parte radunatisi attorno al gallerista Giorgio Marconi, ovvero Emilio Tadini (anche poeta e scrittore), Enrico Baj (autore di uno dei capolavori degli anni ’60, I funerali dell’anarchico Pinelli), Valerio Adami, Gianfranco Pardi e lo stesso Mimmo Rotella.
È importante che la mostra fermi l’orologio appena prima dell’avvento dell’Arte Povera: mentre in tutta Italia si autocelebra come unica espressione degna di nota del secondo ’900, «Da Bacon ai Beatles» insinua almeno il dubbio che così non sia stato. Accanto a dipinti e sculture rintracciati con rigore filologico, fondamentale è la colonna sonora, senza la quale la mostra non è completa. Dai primi brani registrati da Elvis Presley nel 1954 allo scioglimento dei Beatles, avvenuto nel 1970 dopo Let It Be, gli esordi in questo quindicennio sono poderosi: dai Pink Floyd ai Doors, dai Velvet a Dylan, giusto per citarne alcuni. Le note viaggiano così assieme alle immagini, in un tempo in cui arte e rock andavano a braccetto nel tentativo utopistico di cambiare il mondo.
LA MOSTRA «Da Bacon ai Beatles», Museo della Permanente, Milano, dal 16 novembre al 12 febbraio. Info: www.lapermanente-milano.it.
Ingrandisci immagine