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 CULTURA
martedì 18 agosto 2009, 10:03

Dopo il ’94, buio totale non sappiamo parlare di noi

Gli ultimi quindici anni della destra sembrano non esistere nei seggi. Si vede solo una produzione intellettuale rapsodica, ispirata al tempo che fu

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Un dibattito non fa mai bobina indietro quando viene innescato. Saran piene le estati dei giornali, come dice Pietrangelo Buttafuoco, di articolesse sull’identità della destra che si perde, si strazia o si rinnova, ma il punto d’attacco è sempre alla fine e mai all’inizio. E il mio punto d’attacco nasce dalla richiesta di recensire un libro di Adalberto Baldoni dedicato alla storia della destra, sfornato da poco per Vallecchi. L’avevo letto, quel libro, e avevo già notato la strana differenza tra le pagine dedicate alle vicende della destra politica e culturale fino al 1994, sviscerate con passione professionale, e quelle che partono nel momento in cui il Movimento sociale rinnova (o mutila, o tradisce, o sublima, fate voi) la sua identità in Alleanza nazionale, liquidate sembra come un sottoprodotto di tutto quello che è accaduto prima, di ben altra valenza e spessore politico, culturale e anche antropologico.

Eppure il processo di costituzionalizzazione della destra - termine più corretto dell’orribile «sdoganamento» - l’affermazione di un partito e della sua leadership, il percorso di chi faceva attività politica o culturale a destra negli anni dell’«opposizione al sistema» e si ritrova a conquistare postazioni di governo o maggior peso culturale o mediatico sono eventi importanti, a parte l’opinione che se ne dà, per la storia italiana, che dovrebbero interessare chiunque si occupa di analisi politica (e non solo chi scrive, che ha scelto di abbandonare l’attività politica dodici anni fa per dedicarsi al lavoro giornalistico e culturale).

E subito la mosca m’è balzata al naso sotto forma di una teoria di domande e valutazioni più ampia, frutto pure di una chiacchierata precedente con Piero Ignazi, che ho buttato giù in forma problematica e tutt’altro che trionfalistica o pragmatistica. Schematicamente, ho tirato giù una valutazione di genere politologico e una di taglio generazionale. La prima osservazione è una domanda: perché da più di dieci anni nessuno abbia pensato di scrivere un’analisi seria, rigorosa, approfondita, di taglio storico e politologico, sulle vicende della destra politica - e certo, del Msi che diventa An, ché altre destre dotate di consenso in Italia non se ne sono viste - che nel 1994 per la prima volta va al governo fino a quando, oggi, la nascita del Popolo della libertà è forse cominciamento di un’altra fase politica. Di più: molti di coloro che hanno avuto a che fare con questo ambiente culturale e politico e recentemente si sono occupati di destra (e ho citato qualche nome comunque di gran levatura culturale), hanno prodotto - legittimamente - analisi rapsodiche e parziali, ispirate a nostalgia, risentimento o disprezzo. Il che appare in buona misura confermato dalle risposte al mio articolo, che non danno scampo.

Solinas accusa la destra di essere ideologicamente pasticciata, Buttafuoco di aver buttato a mare un patrimonio di uomini salvato solo dalla Sim di Maurizio Gasparri (ci sto anch’io in quella Sim, e difatti il commento più divertente al mio pezzo è arrivato proprio da un suo sms). La mia domanda però era un’altra.

La seconda osservazione è motivata dal fatto che, forse perché gran parte di quelli che si sono occupati in forma politologica o narrativa della destra ha cuore e radici negli anni ’70 o al massimo negli Ottanta, tutto ciò che in chiave prima culturale che politica è stato prodotto dal 1994 in poi di solito viene ignorato. Però, piaccia o no, oltre all’Italia settimanale negli anni ’90 nascono riviste, da Area a Charta minuta, che producono analisi importanti, gli spazi di intervento intellettuale si allargano, le idee «da destra» vengono messe alla prova e non sempre danno buoni esiti: significa essere ottimisti o trionfalistici ammettere che quel lavoro culturale è stato fatto, fallimenti compresi? Non mi pare. Ma l’esempio delle aggregazioni giovanili è ancora più eclatante, e in questo confortano i tanti riscontri positivi ricevuti dal mio intervento, compresa la destra arrabbiatissima di Elena Donazzan o esistenziale di Massimo Rossi.

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#4 eugenio.bosco (140) - lettore
il 18.08.09 alle ore 17:19 scrive:
Secondo me la verità è che degli ultimi anni della destra non c'è molto da scrivere, a parte qualche scissione interna che non porta a niente oppure sul cambiamento di Fini (che rispetto tantissimo) che a volte, onestamente, non sembra che parli da uomo di destra o perlomeno eravamo abiatuati ad altro. Poi c'è da dire che la cultura di destra, rispetto a quella di sinistra, non ha molti adepti a cui rivolgersi, ricordo un bel libro di Marcello Veneziani che analizzava proprio la cultura di destra con le sue sfaccettature. La vera storia della destra va dalla fondazione del MSI, dicembre 1946 con Romualdi, Almirante e Rauti ai cambiamenti e le lotte, interne ed esterne, degli anni sessanta e settanta, poi la storia è un pò cambiata e con la fine delle ideologie, vedi il crollo del comunismo, anche la destra si è sopita. In ultimo con l'accorpamento nel PDL l'immagine della destra si è sempre più ammorbidita.
#3 Biagio Ferrone (4) - lettore
il 18.08.09 alle ore 14:30 scrive:
Il problema è che bisogna dare vita ad un rinnovamento culturale che purtroppo manca nell'odierno popolo della libertà.La destra ed intendo quella che M.S.I. prima e A.N. poi rappresentavano è scomparsa perdendo la sua identità a causa del processo di personificazione partitica che indubbiamente Berlusconi rappresenta (non a caso anche il simbolo del partito ne è una degna manifestazione ) e non è capace a mio modestissimo parere per il momento di farsi valere sia con l'azione di governo ma anche nei momenti di riconciliazione con i suoi elettori a dimostrare che è ancora presente e non è annegata nel mare profondo del pdl.
#2 guerriero (210) - lettore
il 18.08.09 alle ore 12:44 scrive:
Fabio63, complimenti per il commento, che trovo assolutamente centrato. Concordo pienamente sia sul punto dell'aggregazione giovanile, che sulla deriva neo-illuministica. Sfortunatamente mi sembra di non vedere, fra gli intellettuali di destra, un'alternativa decente al piangersi addosso. Speriamo bene.
#1 Fabio_63 (522) - lettore
il 18.08.09 alle ore 10:28 scrive:
Purchè il lavoro culturale a destra non si risolva in un semplice problema di aggregazione giovanile. La questione in realtà ruota intorno al carro cui si è legati.Attualmente il carro trainante per molti, quasi tutti, anche a destra, è quello della rivoluzione francese, e lo sviluppo naturale di un simile pensiero materialista è a sinistra. Da quì la sensazione di essere comunque votati alla sconfitta: si è di sinistra anche senza saperlo, e non perchè Mussolini era un socialista. La verità è che tra la luce della ragione e l'illuminismo c'è la stessa differenza che corre tra l'attenzione alle problematiche della comunità e il socialismo. Se non si medita su questo a che serve essere di destra? A fare la figura ridicola dei somari che scalciano legati ad un carro di sinistra? Non ci si rende conto che l'illuminismo ha dato vesti diaboliche a qualcosa che serviva, ma che si poteva esprimere altrimenti, in modo più sano.
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