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 CULTURA
mercoledì 18 novembre 2009, 09:25

Dopo le tempeste d’acciaio la poesia è dalla parte dei vinti


In La capanna nella vigna il grande scrittore tedesco racconta la Germania degli sconfitti. Non dei "liberati"

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Giardini e strade. Così il capitano Ernst Jünger aveva intitolato il suo diario militare, l’impressione di una scampagnata più che di un anno di guerra, quel 1939-40 che aveva visto la spada della Wehrmacht entrare sino all’elsa nel cuore della Francia. Poi era stato il tempo delle Irradiazioni, il sottile intreccio di luci e di ombre che gli oggetti formano e l’occhio e la mente umana percepiscono, sue compagne durante tutto l’arco bellico e unica arma intellettuale da opporre al nichilismo della catastrofe, «una macchina di ferro che avanza per la sua strada» nel solo nome della distruzione. Infine era giunto il momento di La capanna nella vigna, di nuovo un’immagine agreste a suggellare la quiete dopo la tempesta d’acciaio che aveva imperversato sull’Europa, non fosse che, per la prima volta, c’era lo spiraglio di un sottotitolo: «Gli anni della occupazione». Anti-nazista, ma tedesco, la vittoria alleata rimaneva per lui la sconfitta della Germania, non di Hitler: una Germania occupata, non «liberata».

Adesso che quest’ultimo volume esce per la prima volta nel nostro Paese (l’editore è Guanda, pagg. 288, euro 20, la traduzione, come sempre esemplare, è di Alessandra Iadicicco), il trittico jüngeriano è finalmente disponibile nella sua interezza e si presta ad alcune considerazioni. La prima, in parte accennata, ha a che fare con quello che si potrebbe definire il «destino tedesco» del suo autore. «Che io stia dalla parte dei vinti è incontestabile. Non si può - né si vuole - rovistare nella propria patria. Fa parte del nostro destino, del compito che ci viene assegnato. In Spitteler, di cui sto leggendo Prometeo ed Epimeteo, ho trovato un passo interessante: “E nessuno che non sia scandalizzato della propria specie, ha l’aria di essere uno qualsiasi visto dall’altra parte”».

È questa consapevolezza, e questa assunzione di responsabilità, che gli permette di vedere i vincitori senza lo specchio deformante di chi, illudendosi di farne parte, li giustifica a prescindere, sempre e comunque incarnazione del Bene. «È in pieno svolgimento l’espulsione dei tedeschi dai Sudeti. Si sente parlare di stragi efferate. La notizia è arrivata dall’emittente di Londra, della quale negli ultimi anni ho più di una volta condiviso lo sdegno per gli orrori consumati dalla nostra parte. Che cosa pensare però del compiacimento che, con tutta evidenza, trapelava dalla comunicazione di queste nuove nefandezze? Mentre la voce di questi grassi consumatori di breakfast mi straziava il cuore, vedevo la miseria senza nome sulle strade di confine. L’umanità faziosa è più spregevole della barbarie». E ancora: «La tesi della colpa collettiva ha due diramazioni che corrono l’una accanto all’altra. Il vinto può dirsi: devo sopportare per mio fratello e la sua colpa. Per il vincitore essa costituisce il preliminare pratico prima del saccheggio indifferenziato. Passata quella soglia, può emergere un interrogativo pericoloso: il fratello aveva poi proprio così torto? Simili pensieri mi sono venuti in mente leggendo l’appello di un piromane assassino di nome Ehrenburg all’Armata rossa, nel quale si dice che non si dovrebbe risparmiare neanche il figlio nel ventre della madre, e si promette ai membri dell’Armata la donna tedesca come bottino». Infine: «Alle vittime degli anni scorsi, per quanto orribili possano essere le carceri in cui si sono spente, almeno si è pensato con compassione e affetto dall’altra parte del pianeta. Gli innumerevoli senza nome che oggi subiscono la stessa sorte non hanno nemmeno un difensore. Il loro rantolo mortale rimane in tremenda solitudine. E là dove, a dispetto di tutte le censure, la loro sofferenza trapela appena, ecco che suscita un diabolico sentimento di soddisfazione».

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#2 maria angela gobbi (2) - lettore
il 25.11.09 alle ore 21:11 scrive:
Articolo magistrale;commovente.Ho scoperto Junger che conoscevo solo per sentito dire (nato lo stesso GIORNO e Anno di mio Papà) e ho im mediatamente acquistato i tre Diari di Guerra;uno finito in due giorni,gli altri seguono. Grazie Solinas
#1 heini (603) - lettore
il 18.11.09 alle ore 17:08 scrive:
A differenza di noi Italiani, i Tedeschi, per quanto antinazisti, restano sempre Tedeschi. In grande maggioranza quelli della mia generazione erano orgogliosi di essere tedeschi, pur senza gridarlo. Una conferma lasi pò trovare nelle parole che Juenger riserva al famosissimo, e violentissimo, pamphlet di Ilya Ehrenburg, scritto sull'organo dell'esercito sovietico alla vigilia dello sfondamento del fronte dell'Oder nel Febbraio 1945. Questo pamphlet era un vero e proprio inno all'odio - tra le tante frasi, ne citerò una, tremenda: "Soldati sovietici, spezzate l'orgoglio razziale delle donne tedesche, fatene la vostra legittima preda" - odio certo motivato dalle terribili sofferenze inflitte dai Tedeschi al popolo russo, che però non possono giustificare gli stupri di massa commessi dai soldati sovietici contro donne e ragazze tedesche di ogni età, persino contro bambine di otto anni.
2 commenti
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