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 CULTURA
mercoledì 18 novembre 2009, 09:25

Dopo le tempeste d’acciaio la poesia è dalla parte dei vinti

In La capanna nella vigna il grande scrittore tedesco racconta la Germania degli sconfitti. Non dei "liberati"

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Vinto, Jünger lo era doppiamente. Era stato fra quelli che, all’indomani della Grande guerra, avevano intellettualmente seminato e arato il campo tedesco nel nome della riscossa sociale e nazionale contro il punitivo trattato di Versailles, contro l’imbelle e corrotta repubblica di Weimar. Solo che il raccolto l’aveva incamerato Hitler... «Il mio giudizio è passato da “quell’uomo ha ragione” a “quell’uomo è ridicolo” a “quell’uomo è inquietante”. Senza dubbio ne avevo sottovalutato il talento. La sua scatenante forza dinamica, il suo istinto per le formule, le semplificazioni, che assecondavano la tendenza dell’epoca delle masse e delle macchine, erano straordinari, specie se si pensa alla sua provenienza. In tal senso i suoi oppositori avevano parecchio da imparare da lui. Le preoccupazioni tradizionalistiche, estetiche, morali inducevano a sottovalutare il fenomeno, come pure il mero intelletto».

Non era stata solo sottovalutazione intellettuale. Il disincantato cantore delle «tempeste d’acciaio» della prima guerra mondiale, il teorico della «mobilitazione totale» e del «milite del lavoro», l’operaio-guerriero dell’età della tecnica, si era visto superato dal proprio tempo. «Osservando i reperti della Rivoluzione francese al musée Carnevalet, per esempio la ghigliottina fatta di ossa umane, si avverte sempre un certo brivido, come nel gabinetto degli orrori. Oggi ci sono atti che trattano l’omicidio come una faccenda amministrativa: gli schedari, le fotografie, i flash. Allora anche il male viene colto dallo svanimento, è reso meccanico e sminuito. I malvagi hanno perso la faccia, fisiognomicamente sono a un livello molto inferiore di un Danton, di un Robespierre, perfino di un Marat. Si vedono volti da funzionari, come quello di Himmler». È stato sì in grado di teorizzare «un potere assoluto», ma rimane spiazzato dal fatto che chi lo conquista «al tempo stesso e al di là di questo non crede di poter rinunciare alle risorse criminali e inizia a lavorare nel buio». Sa benissimo, con Eraclito, che «le lingue dei demagoghi sono affilate come coltelli squartatoi», ma al mondo come una gigantesca macelleria non era arrivato.

Il «destino tedesco» di Jünger sta anche nel ritenersi l’ultima risposta a una «tendenza mondiale orientata a sinistra, come una corrente del golfo, da 150 anni», una corrente rivoluzionaria universale in cui la destra è stata sempre in subordine e la Germania in fondo l’ultimo anello della catena a cedere. La «guerra civile mondiale» ha fatto il resto, e ciascuno, più o meno consciamente, sapeva che il vincitore non avrebbe fatto prigionieri. Da qui l’eccedere nella difesa come nell’offesa. Ma altresì significa «soffrire di un tempo che mi è estraneo, senza però pretendere il diritto di essere escluso da questo soffrire». È un’immagine che riprende da una lettera di Saint-Exupéry, scrittore francese e suo avversario in guerra. Non c’è contraddizione, e del resto una sera a colloquio con Picasso nella Parigi occupata si era sentito dire: «Noi due, qui seduti come stiamo, potremmo trattare e concludere la pace questo pomeriggio. La sera gli uomini potrebbero accendere le luci». L’idea di un’«amicizia cavalleresca» è sempre stata sua, così come la consapevolezza «di una legge secondo la quale debbono cadere proprio coloro che per nobili principi volevano raggiungere l’amicizia fra i popoli, mentre i volgari affaristi la fanno franca».

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#2 maria angela gobbi (2) - lettore
il 25.11.09 alle ore 21:11 scrive:
Articolo magistrale;commovente.Ho scoperto Junger che conoscevo solo per sentito dire (nato lo stesso GIORNO e Anno di mio Papà) e ho im mediatamente acquistato i tre Diari di Guerra;uno finito in due giorni,gli altri seguono. Grazie Solinas
#1 heini (666) - lettore
il 18.11.09 alle ore 17:08 scrive:
A differenza di noi Italiani, i Tedeschi, per quanto antinazisti, restano sempre Tedeschi. In grande maggioranza quelli della mia generazione erano orgogliosi di essere tedeschi, pur senza gridarlo. Una conferma lasi pò trovare nelle parole che Juenger riserva al famosissimo, e violentissimo, pamphlet di Ilya Ehrenburg, scritto sull'organo dell'esercito sovietico alla vigilia dello sfondamento del fronte dell'Oder nel Febbraio 1945. Questo pamphlet era un vero e proprio inno all'odio - tra le tante frasi, ne citerò una, tremenda: "Soldati sovietici, spezzate l'orgoglio razziale delle donne tedesche, fatene la vostra legittima preda" - odio certo motivato dalle terribili sofferenze inflitte dai Tedeschi al popolo russo, che però non possono giustificare gli stupri di massa commessi dai soldati sovietici contro donne e ragazze tedesche di ogni età, persino contro bambine di otto anni.
2 commenti
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