Il nuovo romanzo di Alessandro Baricco (uno che alla Leopolda con un discorso di 80 righe, indignazioni escluse, ha rottamato la sinistra italiana asfittica e passatista) racconta di uno scrittore «piuttosto di moda in Inghilterra e discretamente conosciuto all’estero», Jasper Gwyn, che d’un tratto ha «la limpida sensazione che quanto faceva ogni giorno per guadagnarsi da vivere non era più adatto a lui». E decide di uscire dalla scena letteraria, mandando al Guardian un articolo in cui elenca 52 cose che non avrebbe fatto mai più: «E l’ultima era: scrivere libri». La sua brillante carriera, all’età di 43 anni, è già finita. E così inizia veramente il romanzo. Il suo agente e amico (si chiama Shepperd, con un “p” di meno significa «pastore»...) ovviamente è disperato, ma Jasper Gwyn non cede, riorganizza meticolosamente la sua vita di non-scrittore, e si mette alla finestra a guardare. Avete presente Bartleby lo scrivano di baricchiana memoria? Ecco, più o meno. Poi, a un certo punto, lo scrittore incontra per caso una sua lettrice, e qui Baricco piazza uno dei suoi dialoghi. «“Finite le idee?”, chiese la donna. – “No, quello no”. – “E allora?” – “Mi piacerebbe fare un altro mestiere”. – “Tipo?”. Jasper Gwyn si fermò. – “Credo che mi piacerebbe fare il copista”. La donna ci pensò un po’. Poi riprese a camminare. – “Sì, posso capire”, disse. – “Davvero?” – “Sì. È un bel mestiere, il copista”. – “È quello che ho pensato”. – “È un mestiere pulito”, lei disse».
E infatti lo scrittore in crisi diventerà davvero un copista. Nel senso che si mette a fare ritratti alle persone. O meglio si mette a scrivere ritratti. Guarda le persone e le de-scrive. Per riportarle a casa, spiega lo scrittore. Dove «casa» significa l’«essenza». Cioè la realtà delle cose. E il più grande scrittore fantastico vivente (Jasper Gwyn o Alessandro Baricco?) si converte al realismo estremo. L’affabulatore che abbandona il sogno e si riduce a copiare la verità. Dalla fiction al factual. Dall’utopia al pragmatismo. Almeno, noi lo leggiamo così.
Stampato nel consueto «corpo Baricco» (un carattere tipografico un po’ più grande del «corpo Moccia» ma un po’ più piccolo del «corpo Veltroni», comunque sufficiente per stirare una bella idea fino alle 150 pagine necessarie per pubblicare un romanzo) e scritto con la solita prosa-Baricco (una scrittura che non può mai deluderti, perché non offre alcuna aspettativa: quando apri un romanzo di Baricco sai già che è scritto benissimo, con una struttura perfetta, dialoghi perfetti, una lingua perfetta. Non ti tradisce mai, ma neppure ti sorprende mai), Mr Gwyn è un romanzo sincero, come il discorso fatto da Alessandro Baricco alla Leopolda. Nel senso che è vero. Testimonia la parabola ideologico-letteraria di un narratore che ha iniziato a costruire castelli in aria e alla fine, a 53 anni, ha messo i piedi per terra. Scrivendo un romanzo - come l’ha definito un autorevole critico citato in Mr. Gwyn - che è «un affascinante mosaico di vita reale e perduta».
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