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 CULTURA
lunedì 12 gennaio 2009, 07:00

«Era l’etica del samurai in salsa americana»

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Ci può essere un piccolo Savonarola nelle persone più insospettabili. Ce lo ricorda uno spettacolo teatrale messo in scena in occasione del trentennale della prima messa in onda di Goldrake sulla tv italiana: un balzo indietro che Daniele Timpano, autore ed attore del monologo teatrale Ecce Robot. Cronaca di un’invasione che in queste settimane sta girando l’Italia fa compiere alla platea riportandola a quel 4 aprile 1978 (e alle infinite polemiche che seguirono) quando, alle 18.45, sull’allora Rete 2, per la prima volta comparve una serie robotica giapponese a cartoni animati (anime, nella lingua del Sol Levante): si tratta di Atlas Ufo Robot, italianizzazione del serial di Go Nagai Grendizer, poi più noto da noi come Goldrake.
Fu un successo senza precedenti. Non era il primo anime giapponese a giungere in Italia: nel maggio 1976, il Primo Canale aveva già trasmesso la coproduzione austro-tedesco-nipponica Vicky il Vichingo. E due mesi prima di Atlas-Ufo Robot era stato trasmesso sempre sul secondo canale, Heidi, tratto dal romanzo omonimo di Johanna Spyri, e realizzato da Isao Takahata con la collaborazione di Hayao Miyazaki. Ma Vicky e Heidi - dal soggetto, ambientazioni e temi molto europei - non ebbero il risalto mediatico che invece ottenne il più esplosivo Goldrake: innovativo ed entusiasmante, fu una vera e propria macchina per fare audience, tanto in Italia, quanto in Francia, dove venne trasmesso qualche mese più tardi. Fra i giovani esplose una vera Goldrake-mania: una impressionante produzione di merchandising, le sigle del programma divennero hit e perfino i giochi dei bambini ne furono modificati. In Francia Antenne 2 raggiunse il fantascientifico share del 100% grazie a Goldorak (nome francese della serie, da cui Goldrake in italiano) e per il Natale del ’78 i genitori furono costretti a ricorrere al mercato nero per assicurare ai figli giocattoli legati al robottone, poiché la domanda superò ogni aspettativa. I ragazzi si immedesimavano nel protagonista Duke Fleed (in italiano Actarus) e le ragazzine se ne innamoravano.
C’era qualcosa di male in tutto questo? Con tutta probabilità no, però qualcuno cercò di trovarcelo a tutti i costi. La paura del nuovo galvanizzò opinionisti e sociologi, pedagoghi e giornalisti, facendo in breve fioccare una pletora di articoli e studi «scientifici» che immancabilmente finivano per collegare questo programma per ragazzi a tutte le nefandezze del mondo d’allora, dalla droga alle Brigate Rosse. Nel giro di pochi mesi fu nientemeno che un parlamentare indipendente di sinistra - Silverio Corvisieri - a dar fuoco alle polveri dalle pagine de La Repubblica. Corvisieri - classe 1938 - era allora militante dell’estrema sinistra. Comunista di Dp, ex Avanguardia Operaia, redattore de l’Unità, deputato e membro della Commissione di Vigilanza Rai. Interpretando in maniera savonaroliana il suo ruolo nella Commissione, si era scagliato con un articolo dai toni apocalittici contro la «degenerazione» della tv italiana, di cui Goldrake era il prototipo. L’articolo, infatti, si intitolava «Un ministero per Goldrake» e apparve su La Repubblica il 7 gennaio 1979. Corvisieri aveva sfogato così la sua frustrazione per essere rimasto inascoltato in Commissione e alla Camera dai suoi colleghi, forse troppo occupati da altre questioni all’ordine del giorno in quell’inverno di piombo con le Brigate Rosse e la crisi del petrolio. Il vulnus
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1 commenti
#1 pinolino (389) - lettore
il 12.01.09 alle ore 11:51 scrive:
Io ero rimasto fermo alle analisi semiserie (più semi che serie a dire il vero) sui Puffi come strumento della propaganda del comunismo sovietico.
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