venerdì 04 novembre 2005, 00:00
GIAN ARTURO FERRARI: "Leggere? E' noioso ma straordinario"
Parla l’uomo che controlla il 40 per cento del mercato editoriale italiano
Gian Arturo Ferrari è l’uomo più potente dell’editoria italiana e questa posizione gli piace moltissimo. Nei corridoi felpati della Mondadori lo chiamano Il Professore. Letterato e manager, passionale e cinico, colto e smaliziato, dall’alto del suo scranno di direttore divisione libri della Mondadori, dal quale controlla il quaranta per cento del mercato librario italiano (Mondadori, Einaudi, Sperling&Kupfer, Frassinelli, Electa, Piemme), fa il cattivo e non ha paura a smontare uno dopo l’altro i cliché del culturalmente corretto. Ferrari da buon professore dà bacchettate sulle mani a tutti: librai, giornalisti, autori, intellettuali snob.
Dicono che la Mondadori non fa cultura ma pensa solo a fare soldi. È vero?
«Sarebbe un’accusa questa? È la tipica forma mentis italiana, dove la frequentazione dei libri è un fenomeno élitario legato a ceto (appartenenza) e censo (soldi). Tutto ciò che non corrobora l’élite nella sua collocazione viene considerato commerciale».
Allora è vero che non fate cultura?
«La letteratura è nelle intenzioni, si sa dopo chi ha fatto cultura. C’è una regolina semplicissima per distinguere un editore commerciale da uno “non commerciale”: il secondo non pubblica mai un libro con l’esclusivo scopo di fare soldi, ma anche nella presunzione che abbia un pubblico sulla base del suo marchio».
Non sembra poi così tremendo.
«In sostanza pensa che il suo marchio sia più forte del pubblico. Il migliore uomo di marketing nella storia dell’editoria italiana è stato Giulio Einaudi, perché è riuscito a conferire ai libri che faceva un qualcosa in più. Anche Adelphi, che infatti è nata da una costola einaudiana, riproduce questo meccanismo. In questi casi il marchio è più forte del pubblico».
Infatti Einaudi passa per essere un editore di cultura, la Mondadori no.
«In Italia il migliore marketing editoriale lo hanno fatto le case editrici che hanno adottato un modello dall’alto in basso. Einaudi la prende dall’alto. La Mondadori dal basso. Dice ai suoi lettori: io sono come te. Non gli dice: io sono più bello di te. Le faccio l’esempio: nel 1936 Mondadori pubblicò un libro di tale Francis Scott Fitzgerald che uscì con il titolo Gatsby il magnifico in una collana di libri per le serve, “I romanzi della palma”. Era letteratura o no? Sa qual è il problema italiano?».
Quale dei tanti?
«In Italia la cultura ritiene di essere superiore. E questo ha un’origine storica perché la lingua italiana nasce come lingua scritta e non parlata. Quindi è la lingua dei colti per i colti che guardano con grande disprezzo a tutto ciò che non può essere rinchiuso nella cittadella fortificata che loro accuratamente difendono».
Questo non vuol dire, però che un libro non sia buono perché non vende. Prendiamo il caso di Antonio Moresco, il nuovo scrittore-guru osannato da certa critica letteraria...
«Chi è questo Moresco?».
Però non è detto che Dan Brown sia un buon libro solo perché vende.
«Ecco, le pagine culturali dei giornali sono un efficacissimo esempio di questa cosa: si rivolgono al gruppo dei lettori di libri “buoni”, che ognuno, a seconda della tendenza del giornale, identifica in buono A, buono B e buono C. Ma il quotidiano non si propone mai di dare informazioni e di avvicinare alla lettura gente che tradizionalmente non li legge».
Guardi che i giornali non sono mica delle aule scolastiche. Spesso segnalano libri di piccoli editori perché pubblicano cose più belle o interessanti.
«I giornalisti culturali hanno il problema di tutti, cioè di differenziarsi dal resto dei loro simili. E cercano di farlo come possono. Ed è ovvio che le cose che piacciono a tutti non possono piacere all’élite