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 CULTURA
martedì 16 dicembre 2008, 07:00

I cent’anni del movimento (come da tradizione) iniziano fra zuffe e cazzotti

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Sembra quasi di essere a una «serata futurista»: manca solo il lancio di pomodori. Comincia così, all’insegna della polemica e della zuffa, la celebrazione di quell’irruente fenomeno chiamato Futurismo. Sono passati cento anni da quel 20 febbraio 1909 in cui le Figarò riportava in prima pagina un insolito manifesto, Le futurisme, definendolo «audace». Era l’ufficializzazione di un grande movimento d’avanguardia, italiano ed europeo, che attraverso diversi momenti, Primo e Secondo Futurismo, giunge agli anni Quaranta e, forse, come molti sostengono, sino a oggi.
Per festeggiarlo si preparano mostre, convegni, libri. Ma il clima è quello delle polemiche e delle recriminazioni. Il primo colpo mancino è giunto da Parigi, dove una grande mostra al Centre Pompidou Le Futurisme à Paris. Une avant-garde explosive, pur con opere straordinarie e la ricostruzione della prima mostra all’estero dei futuristi nel 1912 nella Galleria Bernheim-Jeune, pare avere peccato di «francocentrismo». Il grande movimento d’avanguardia italiano viene riletto in parallelo con il più «famoso» cubismo e altri movimenti europei, senza tener conto dei suoi aspetti peculiari: il fatto che riguardi non solo la pittura, ma tutta l’esperienza umana, dalla letteratura al cinema, dalla moda alla musica, alla cucina, al teatro, ad altro. Inoltre è stato ignorato il Secondo Futurismo, altrettanto vitale e complesso.
Ma i veri guai sono in casa nostra. Tra le prime lamentele lo «squattrinato» Comitato nazionale per il Centenario del Futurismo istituito il 20 marzo 2008 dall’allora ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli. Poverissimo, «dispone di 200.000 euro» confessa con tristezza il segretario tesoriere Carlo Fabrizio Carli. È formato da una settantina di membri tra istituzioni e personalità, ma è ancora in fase progettuale, mentre dovrebbe essere in quella esecutiva, aggiunge Carli. Sul Comitato arrivano già le prime frecce. Quali? Quella, ad esempio, di non aver organizzato una grande e importante mostra che ripercorra il movimento dall’inizio alla fine, in tutte le sue fasi, facendo il punto del trentennio di studi e coinvolgendo i maggiori studiosi. «Invece si prevede una frantumazione di mostre che punta su visioni superate e limitanti», dice Claudia Salaris, che ha scritto una ventina di libri sul Futurismo e curerà due mostre, una al Museo di Santa Maria della Scala a Siena e l’altra all’Auditorium di Roma. Dello stesso parere è Massimo Duranti, studioso e curatore di mostre sul Futurismo, che parla di «occasione perduta, di mostre e mostricine da un capo all’altro d’Italia impegnate ad accaparrarsi opere». Ancora più duro Enrico Crispolti, lo scopritore del Secondo Futurismo, che parla di «mostre dal taglio arcaico e filofrancese, che vanificano un cinquantennio di studi sul fenomeno, senza far emergere la complessità innovativa dell’avanguardia di Marinetti, che dura ben oltre la morte di Boccioni».
Ma quali sono le mostre incriminate? Una è Futurismo 1909-2009. Velocità + Arte + Azione, che si aprirà a Palazzo Reale di Milano il 6 febbraio (sino al 7 giugno 2009), annunciata con 400 opere. Giovanni Lista, un esperto del movimento, mira a fare «un lavoro di sintesi, abbandonando gli effetti sensazionali e polemici» e concentrandosi su opere conservate in Italia. Altre sono quelle che si apriranno a Rovereto, Venezia, Milano sotto il titolo Futurismo 100
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