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 CULTURA
lunedì 26 ottobre 2009, 07:00

I filosofi greci? Sono maestri di politica

L’ideale democratico dei pensatori antichi è una lezione per chi vuole rifondare la nostra società Un saggio di Giorgio Colli ripercorre i passi decisivi del loro pensiero coraggioso e rivoluzionario

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Ogni epoca di transizione comporta il riappropriarsi di fonti antiche, specie greche. E così il disagio post-moderno, nato dal crollo dei punti di riferimento. Nietzsche diceva: «Ai greci non si torna». E aggiungeva che non sapremmo nemmeno imparare da loro, tanto la loro maniera ci è ormai estranea. Invece è proprio quest’«estraneità» che fa pensare, dando una formidabile lezione d’inattualità. A cogliere l’inattualità della filosofia greca è stato Giorgio Colli in Filosofi sovrumani (Adelphi, 2009).

Alla Grecia dobbiamo l’invenzione della filosofia. Spesso tradita dal pensiero romano, che la traduce senza riferirsi all’esperienza originale, la parola greca è anzitutto filosofica. Modo d’esistere, innanzitutto, la filosofia s’oppone alla religione, perché, anziché accontentarsi delle risposte immediate del culto o della tradizione, s’interroga sulle questioni ultime. I greci inventano la filosofia insieme alla fenomenologia. Per i greci, dimostrare i fenomeni è metterli alla prova, esponendoli di colpo alla luce dell’Essere. Precisione dello sguardo greco...

La Grecia oppone al concetto di storia messianica e lineare, centrata su salvezza e «progresso», un tempo ciclico, la cui osservazione porta alla saggezza, al senso del tragico, all’idea di destino e all’amor fati. Nulla è più estraneo alla Grecia che la concezione volontaristica della storia, che pretende di costruire l’avvenire senza il passato: perfino il demiurgo crea a partire da qualcosa, ordinando il caos, che non è sinonimo del nulla.

Inoltre la Grecia fonda la libertà non come oggetto del pensiero o «libero arbitrio», ma come attributo dell’azione. La libertà greca è fondamentalmente politica. Dal VII secolo prima della nostra era, gli ateniesi s’organizzano in comunità politica. Con la democrazia, la Grecia inventa una forma politica, che contesta il re divino, perché con essa il potere, «posto al centro» per la formula consacrata, diviene cosa comune. Offendendo Agamennone, Achille illustra già in Omero l’egual diritto alla parola. Diviene allora possibile la riflessione politica; anche la filosofia politica. Dalle origini, la polis si definisce come regime filosofico. Partecipando alle delibere pubbliche, i cittadini non decidono solo sugli affari comuni, ma anche sullo statuto e sul senso della legge. Il demos è filosofia in atto. L’architettura ne è il riflesso: al centro della città greca, la piazza pubblica prevale su ogni altro spazio, quello dove si esercita la cittadinanza. Ideata alla fine del VI secolo, la tragedia si connette all’idea di partecipazione politica e civica: esorta il popolo a considerare i miti con gli occhi nuovi del cittadino.

La Grecia è la parte giusta e la misura delle cose. Rifiuta la dismisura titanica, prometeica, la devastazione della Terra a opera del calcolo meccanicista e demoniaco del «sempre più». E anche la tentazione permanente di prendere più della propria parte. Nei poemi omerici, l’eroe è l’uomo libero che gareggia con i suoi simili, per dimostrare di valere e conquistare «gloria immortale» con le sue gesta. L’eroismo è dunque via all’immortalità, ma a rischio di hybris, che mette in luce il tema del «peccato del guerriero». Il valore guerriero non è sovrano. Val meno della saggezza. La vita meditativa e riflessiva prevale sulla vita activa. Nella democrazia greca resta il principio agonistico, ereditato dall’età eroica, ma diretto a esorcizzare il pericolo della guerra civile.

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#5 Alberto Busato (87) - lettore
il 27.10.09 alle ore 8:54 scrive:
Nella filosofia contemporanea, intesa come pensiero "diffuso" (e forse dominante) da tradurre in atti politici, è preminente l'individualismo. Il bene è visto come "il bene" dato al singolo, alle propensioni edonistiche di varia specie chiamate eufemisticamente "diritti". Un edonismo però non cosciente, mascherato dalla "Ragione". Tutto si giustifica con la ragione e le sue regole sintattiche che partono da postulati inespressi e inesplorati. "Mi piace questo?" "Lo voglio". Ma viene giustificato col ragionamento (il tranquillizzatore) al di là di ogni valenza universale. Ad un certo momento si demonizza (per necessità logica) la scelta del popolo. Si invoca la Democrazia, ma la si intende "regola che si applica a te", non "valore universale". La Democrazia impone che "io" (individuo) abbia questi diritti. Non si mette in conto la lesione alla Libertà altrui e il bene universale. Siamo agli antipodi della filosofia greca. Perché non vi è stata opposizione al pensiero distorto.
#4 architettovigna (115) - lettore
il 26.10.09 alle ore 18:08 scrive:
Il pensiero ha sempre uno scopo. Attraverso di esso puoi armare un popolo per destinarlo al dominio oppure renderlo succube e schiavo. Credo che la parola politica, figlia della sua illustre progenitrice ellenica, abbia una diretta corrispondenza con l'arte. Trovo istruttivo la perfezione della scultura classica di fronte alle contraddizioni dell'arte contemporanea. La prima rappresentava una analogia con la perfezione della cultura del vivere, la seconda tende invece a discutere di futuro. Una prova di questo ragionamento lo possiamo constatare in Schiele: l'uomo scarnificato e ossuto dei suoi dipinti lo avremmo poi visto al vero nei campi di concentramento della seconda guerra mondiale. Wharol ha anticipato il volto artefatto del potere nella comunicazione di massa. E oggi? La superficialità dell'arte denuncia l'inconsistenza culturale del pensiero politico. E la filosofia contemporanea? E' cieca, sorda, inconsistente e stupida. Dannosa per l'arte e inutile alla politica attiva.
#3 Clamans (49) - lettore
il 26.10.09 alle ore 12:47 scrive:
Non è del tutto esatto che dobbiamo l'invenzione della filosofia al pensiero greco. Le dobbiamo invece la realizzazione di un certo tipo di filosofia, dialogica e indagatrice della verità. Ma se per filosofia intendiamo l'aspirazione alla saggezza (che non è sempre vera, perché muta attraverso i tempi e le tendenze), allora l'origine di questa forma di pensiero va ricercata nell'antico mondo mesopotamico (l'odierno Iràq, anche qui, come in Islàm, raccomanderei l'accento!), e in una certa letteratura spienziale del XV sec. A.C., che anticipa e spesso ha ispirato quella biblica. Ma del mondo mesopotamico i media ignorano tutto, e fors'anche la sua esistenza. Si parla solo di Grecia e di Egitto, mondi certo di gran valore e interesse, ma che non esauriscono il vasto panorama culturale dell'antichità. Clamans in deserto. MMIX A.D.
#2 Ronchet (211) - lettore
il 26.10.09 alle ore 11:27 scrive:
Impossibile commentare con 1000 caratteri questo minestrone.
#1 Giano (41) - lettore
il 26.10.09 alle ore 10:52 scrive:
Montesano direbbe..."Che vor dì?". Boh...
5 commenti
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