I pensieri proibiti dal conformismo

"Identità", "tradizione", "conservazione", "trascendenza": parole messe al bando. Alcune idee non hanno diritto di cittadinanza e vengono oscurate. Solo chi abiura e si genuflette alla società perbenista riesce a sopravvivere

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C’è un pensiero proibito che non ha diritto di cittadinanza, di parola e di visibilità, in Italia e non solo. C’è un divieto che attraversa e congiunge giornali, media, politica e cultura. C’è un tabù perfino più grande del marchio d’infamia che investe Berlusconi. Ma di quest’altro tabù non ce ne accorgiamo nemmeno. Non è un complotto, anche se nel suo seno serpeggiano campagne orchestrate con fini palesi. È piuttosto un automatico sintonizzarsi al programma dominante da parte di un gregge di funzionari intellettuali e politici. Qual è il pensiero proibito? Proverò a dirlo in breve, ma sarà difficile, vi avverto.

In primis, è proibito pensare l’identità, ovvero la coerenza di un volto, una storia e una dignità alla prova del tempo, seppure esposta alle intemperie della vita e ai mutamenti del mondo. L’identità è considerata in sé un male, una chiusura, un carcere, quando invece è una ricchezza se sa aprirsi alla vita e incontrare la differenza. All’identità e alle radici è negato l’accesso alla libertà e alla democrazia contemporanea; anzi l’identità e le radici vengono connotate di razzismo, e perciò negate e interdette. È proibito poi pensare la comunità se non in forma di umanità e filantropia universale, comunismo dolce, perché la comunità è considerata una gabbia popolata di fantasmi furiosi del passato. Si può essere individualisti o cosmopoliti, ma guai a esporre un pensiero che dia senso e valore ad una comunità di origine e di sorte, che passi attraverso legami reali, naturali ed elettivi. Dalla famiglia alla propria città, dalla terra alla nazione e alla civiltà. Anche le identità dei popoli sono considerate oscene.

È proibito poi pensare la tradizione fuori dai circuiti turistico-commerciali in cui serve per vendere un prodotto, o una location. La tradizione è liquidata e confusa con il vecchiume, quando invece è l’unica premessa/promessa di continuità perché comporta un legame con un passato e un futuro. È consentito connettersi in senso orizzontale tramite il web, la tv e la tecnica, ma è vietato connettersi in senso verticale tramite la cultura, alle origini e ai frutti. Puoi connetterti ai contemporanei, non al pensiero dell’eredità e della gravidanza, al pensiero paterno e filiale. L’uso stesso di parole del lessico famigliare è sconveniente. Al più puoi vivere la famiglia, ma è osceno pensarla.

Sul piano politico, è vietato pensare la rivoluzione conservatrice, ovvero un pensiero radicato e anche radicale, quando occorre, esposto alle fratture e ai mutamenti del nostro tempo. La rivoluzione fu sostituita dall’innovazione, che non implica la volontà dei soggetti ma la forza automatica dei cambiamenti, indotti dalla tecnica e dalle mode. E l’aggettivo conservatrice è squalificato, connota un’offesa, è vietato il suo uso positivo in politica e in società.

È poi proibito pensare l’invisibile, che evoca la vita ulteriore, la trascendenza, la memoria dei morti. Si possono vivere mondi virtuali, uscire dalla realtà tramite tecnica, fiction o fumo, polvere e pasticche, ma è osceno pensare qualcosa che evochi il sacro e superi l’orizzonte tecnico ed economico, materiale o fittizio. Non c’è spazio pubblico nemmeno per Dio; solo accesso privato, e remoto, fra le grate dell’interiorità. È proibito pensare il destino, ovvero un disegno intelligente di vita che ci accompagna dalla nascita, e anche prima, alla morte, e anche dopo. È osceno pensare che l’importante della vita non sia diventare più liberi o più uguali, ma avere un destino, cioè avere un senso, una direzione, un ordito, e di ogni cosa resti traccia. È proibito pensare il ritorno perché l’ideologia del progresso si è rifugiata nella tecnica e nel suo procedere automatico; non è possibile ripensare e riscoprire le origini. È vietato pensare che ci possa essere un altro modo di vivere oltre il presente e oltre quest’ultimo, venale occidente. È proibito avere un pensiero libero, fondato e divergente ed è grottesco pensare che questo divieto sia sorto con l’egemonia dei liberatori, sessantottardi e non solo.
Eppure quel che ho descritto è un pensiero positivo, un pensiero che si apre alla nascita e alla continuità; un pensiero d’amore, senza violenza, che collega alla vita e connette le persone. Un pensiero che si fonda sulla realtà e tra l’essere e il non essere scommette sull’essere; vuole dar senso alla vita. Ma piovono libri, articoli e dichiarazioni che lo irridono, lo cancellano, lo dichiarano inesistente. Non lo discutono, lo seppelliscono. Per restare nel piccolo mondo del quotidiano, ne ho letti svariati negli ultimi giorni, con una sincronia impressionante. Lividi verso il pensiero proibito, pieni di elogi agli attacchini del nulla, pompati e inconsistenti ma utili per denigrare l’osceno pensare.

Sinistra e destra morirono insieme dopo una lunga agonia. Ma agli orfani della sinistra fu riconosciuta la pensione, la riconvertibilità e il credito culturale; agli orfani della destra fu dato invece il vituperio e lo sfratto esecutivo dalla casa paterna, dichiarata inagibile. Salvo abiura e integrazione nel nichilismo. Ai primi si rimprovera il lutto e la nostalgia ma si riconoscono le opere, il pensiero e la presenza. Ai secondi si nega il pensiero e la sua consistenza, anzi la loro esistenza. Non è questione di destra o cultura di destra, sono classificazioni insensate ormai. Ma c’è chi vuole cancellare sotto quel nome decotto ogni traccia del pensiero osceno. E si premia chi abbandona quell’identità, se mai l’ha veramente avuta, sostenendo che non si è perso niente perché quell’identità non c’era e non valeva niente. Tra i profughi del pensiero proibito taluni sopravvivono passando alla clandestinità, altri alla dissimulazione; c’è chi si rifugia in ambiti narrativi o in storie remote, chi nelle accademie e chi nel folclore, accettando di farsi caricatura di quel pensiero. Magari con qualche polizza: provvedersi di patente antiberlusconiana, genuflettersi ai santuari del presente o accattivarsi la società letteraria.

Al più sopravvive, spenta o sedata, qualche crosta di pensiero proibito separata dal suo contesto, senza più radici né frutti e organica tessitura. Eppure è diffuso nella vita reale dei popoli e nell’animo delle persone. Il pensiero vietato è la nuova oscenità del presente; sperando che scivoli nei tabù indicibili e perseguibili a norma di legge, di tipo razzista, sessista e revisionista. Chi coltiva il pensiero proibito è condannato all’anello di Gige, che rende invisibili. E al certificato di morte in vita. Scusate l’interruzione, riprendete a suonare il Silenzio.

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COMMENTI

20 commenti su  1  2  3  4   pagine dal più vecchio | dal più recente
#20 asinaregale (6) - lettore
il 11.02.10 alle ore 21:55 scrive:
a Venezian sul conformismo. Confermo tuttissimo. Mr. Pensiero è fuori moda, distinguere destra-sinistra un'anticaglia, stare attenti al Destino una befanite. Soprattutto se a farlo è una DONNA, senza potenti appoggi e potentemente onesta. Cioè un'Asina, la cavalcatura messianica...
#19 asinaregale (6) - lettore
il 11.02.10 alle ore 21:44 scrive:
CONFERMO PIENAMENTE! Forse mai come oggi il signor Pensiero è un bau-bau, l'attenzione vera al Destino è una befanite e l distinguo lecito-illecito un'anticaglia. Soprattutto se, maliziosamente aggiungo, a farlo è UNA DONNA senza potenti appoggi ma potentemente onesta... Un'Asina insomma!
#18 inicorc (34) - lettore
il 11.02.10 alle ore 17:03 scrive:
Egr. Dott. Veneziani, per me è sempre un piacere leggerLa e per il Suo pensiero e per la Sua padronanza della nostra bella lingua. Mi compiaccio quindi anche per questo Suo articolo che descrive magistralmente il dilagante ed imperante conformismo. Mi sento, però, di muoverLe una breve obbiezione. Lei dice "Tra i profughi del pensiero proibito taluni sopravvivono passando alla clandestinità, altri alla dissimulazione" e "Al più sopravvive...qualche crosta di pensiero proibito....senza più radici nè frutti.....". Mi creda io ho sempre coltivato nella mia vita (ormai ho 72 anni) quel pensiero: senza radici e senza conservare le "cose buone" ereditate dalla saggezza di chi ci ha preceduto, non si può neppure pensare ad un "futuro". Non ho mai nascosto questo e non mi sento nè sopravvissuto nè clandestino: non ho perso identità e VIVO la mia vita e la mia fede senza angosce. E -se mi permette - dall'alto di questa consapevolezza, piuttosto domando: sopravviverà questa società?
#17 Carlo SIGNORE (7) - lettore
il 11.02.10 alle ore 12:22 scrive:
Egregio Veneziani, grazie per quest'articolo di sapore Ferrariano... La pretesa dilagante di far fuori le tradizioni e le radici di un popolo o di una civiltà, è altrattanto assurda della pretesa di un albero a rimanere in piedi senza le sue radici. Le desolanti idee dei nostri moderni benpensanti sono frutto di una cultura e di una mentalità e di una scuola, troppo pigre e distratte per approfondire la conoscenza delle idee che il passato ha messo in valore e unicamente interessate a cio' che procura all'uomo una soddisfazione immediata e superficiale. Il pensiero diffuso che lei denuncia è la conseguenza di un regresso intllettuale, più che morale. Come ha giustamente affermato Benedetto XVI, occorrerebbe fare una campagna per un ritorno alla razionalità e allo studio del pensiero filosofico. Con simpatia Carlo SIGNORE
#16 heini (723) - lettore
il 11.02.10 alle ore 12:11 scrive:
E' sempre interessante e quasi sempre confortante leggere il pensiero di Veneziani. In questo deserto valoriale che è l'Occidente di oggi, è molto spesso doloroso ricordare con nostalgia i tempi in cui l'identità non era un concetto aborrito dalla peste del politicamente corretto. Veneziani ci fa sentire che non siamo soli. Grazie.
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Alessandro Sallusti
Per una volta un pm aveva chie­sto di non processare Berlusco­ni. Ma niente, non è basta­to  continua..
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