mercoledì 18 marzo 2009, 09:17
"I premi? Purtroppo non sono gare vere"
Il candidato allo "Strega" spiega come intende la competizione fra scrittori: una contrapposizione anche dura fra generazioni e modi di intendere la letteratura diversi. "Ma senza match truccati..."
La copertina dell’ultimo romanzo di Antonio Scurati, Il bambino che sognava la fine del mondo (Bompiani, pagg. 398, euro 18, in uscita oggi) ha qualcosa di doppiamente familiare. Chi conosce personalmente l’autore si accorgerà subito che lo sguardo enigmatico in primissimo piano è proprio il suo. Chi invece si è limitato ad aver avuto tra le mani la cover del best seller premio Strega 2008, rileverà una certa similitudine coi «numeri primi» di Paolo Giordano. Anche quella di Scurati è la storia di un trentennio di vita, dall’infanzia del protagonista ai giorni nostri, ma il taglio è del tutto diverso. Come lo sguardo. Là un esordiente figlio degli anni Ottanta si concentrava sull’ombelico proprio e dei suoi migliori amici. Qui uno scrittore classe 1969 si ribella ai soggetti che hanno, a suo dire, rubato identità e speranza a un’intera generazione attraverso un inflessibile processo di ipnosi regressiva: il sistema mediatico. Secondo Scurati, soltanto una forza può opporsi al processo suddetto: l’arte. Nello specifico, la letteratura. Ancora più nello specifico, questo romanzo.
Scurati, prima che il romanzo abbia inizio, lei tiene a chiarirne, a pagina 4, gli intenti: «La vocazione della letteratura è superare i confini tra realtà e finzione».
«Il romanzo prende spunto da vari fatti di cronaca realmente accaduti. Si tratta perciò di un atto dovuto per evitare problemi legali. Ma anche di una dichiarazione poetica: che la letteratura, quando si occupa di cronaca, non faccia come i media - tv in testa a tutti - nell’operare una confusione programmatica tra realtà e finzione. Viviamo il tempo della cronaca, la legge è: “Ogni giorno un delitto, un delitto al giorno”. E uno dei grandi inganni nell’universo della cronaca è quello in cui si finge l’esperienza diretta. Commento spesso sulla Stampa fatti di cronaca. La gente mi scrive perché sembra che noi ne sappiamo qualcosa. Ma non ne sappiamo niente. L’ideologia dell’esperienza vissuta in prima persona è un inganno. Ci nutriamo delle vite degli altri, ma è un pasto nudo».
È la solita predica sui media che mistificano la verità?
«Siamo oltre. Il punto non è più la manipolazione della realtà. Ma la creazione di un mondo in cui la distinzione basilare e antropologica tra reale e fittizio non è più nemmeno pertinente».
Un mondo fisiologico per i nostri tempi o cercato in modo patologico?
«Lo proclamo: si tratta di patologia. Che dal punto di vista sociale ha conseguenze gravi».
Ovvero?
«Gliene cito due, che appartengono alla sfera pedagogica. Stiamo crescendo intere generazioni abituate ad assistere a violenze realmente accadute come si assiste a messe in scena funzionali. Il dispositivo di ricezione con cui si guarda Porta a porta o Matrix è lo stesso delle fiction. Questo porta alla scomparsa della compassione. Diventiamo non apatici, ma feroci. Non coraggiosi, ma vigliacchi. Viviamo di sensazioni, mai di sentimenti».
La seconda?
«Riguarda la capacità di condividere la gioia. Se vado a vedere The Millionaire, mi commuovo per le vicende di un ragazzino indiano che ribalta il proprio destino, uno che non sarò mai, e questo stimola empatia con altri esseri umani. Invece, milioni di adolescenti che si esaltano e si eccitano perché un mediocre come Marco Carta - che è un artificio televisivo e non un cantante di talento - vince Sanremo con una canzone più che mediocre, non condividono la sua gioia, ma si illudono di diventare lui. Vogliono essere lui e dunque dovranno fare fuori lui: un mimetismo perverso per cui l’invidia sociale diventa il collante della società».