martedì 09 febbraio 2010
 
 CULTURA
giovedì 08 ottobre 2009, 09:52

Il baraccone dell’arte casca a pezzi

A Trento crolla l’installazione pensata per nascondere con sacchi di sabbia il monumento a Dante Alighieri. L’ultimo incidente di una lunga serie: le opere contemporanee spesso sono effimere. Anche se costano care

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Non ha fatto in tempo neppure ad arrivare al giorno della festa. Il monumento allo spreco è goffamente cascato su se stesso bruciandosi 160mila euro, la reputazione di un neo-direttore poco capace, l’esistenza stessa della Fondazione Galleria Civica di Trento. Incerti se metterla sul ridere o scandalizzarci, questi in breve i fatti. L’artista Lara Favaretto, sorretta dal passaparola dei curatori internazionali, progetta un geniale lavoro per la riapertura della stagione espositiva pubblica trentina, prevista per sabato prossimo: occultare il Monumento a Dante con diversi quintali di sacchi di sabbia appoggiati su un’impalcatura. Il perché te lo spiega con parole sue: «Nascondo Dante per ridargli un’identità cancellata». L’ambiziosa Lara sproloquia su lingua e cultura italiana, intanto chiama il suo intervento «Monumentary Moment», rigorosamente in inglese.

In questa settimana di lavori in corso si sono alzate diverse voci di dissenso, espresse peraltro con la consueta civiltà dei trentini, che non ne possano davvero più di essere presi di mira dalle foie sperimentali di giovani sfaccendati.

Già il buon Maurizio Cattelan si burlò di loro presentandosi a ritirare la laurea honoris causa con un finto braccio ingessato tipo Elio e le Storie Tese a Sanremo. L’anno scorso il Trentino Alto Adige ospitò Manifesta, una delle più brutte mostre di tutti i tempi, costata uno sproposito con un ritorno di pubblico e d’immagine avvilente. Tra le tante iniziative collaterali inutili e onerose, l’innalzamento di una statua alla famiglia trentina, opera dell’inglese Gillian Wearing, che subì una marcia di protesta da parte dei gay locali che si sentivano esclusi dal quadretto.

La botta finale l’ha servita il crollo del Monumento, o almeno così hanno chiamato quell’assurda pretesa di stipare pesantissima sabbia senza calcolare il rischio della caduta. Lo sapevano perfettamente vigili urbani e pompieri che rigettano stizziti l’ipotesi demenziale del sabotaggio espressa dall’artista e dal direttore che non sanno più a cosa appigliarsi dopo la pessima figuraccia. Piuttosto c’è da star sollevati che nessuno degli operai in cantiere si sia fatto male.
«L’arte contemporanea, ormai da tempo, non è più interessata alla rappresentazione del reale o alla decorazione. Essa cerca di affrontare temi più complessi. Allora l’arte contemporanea, per essere tale, deve essere, per noi fruitori, un inciampo continuo. Deve disturbarci ininterrottamente. Deve essere tesa al nuovo. Deve avere la capacità di problematicizzare la nostra vita quotidiana. Insomma, deve saper turbarci. Altrimenti non sarebbe arte contemporanea. Ma arte di regime». Sono parole di Danilo Eccher, ex direttore della Galleria Civica di Trento, ora presidente della Fondazione e contemporaneamente direttore della GAM di Torino, a conferma che nell’arte le cariche si possono sommare senza problemi. Secondo le sue illuminanti dichiarazioni l’arte ci deve poter prendere per i fondelli senza freno. Se il cittadino medio non capisce, è semplicemente un cretino o peggio, un reazionario, espressione dell’incultura greve della destra. Peccato che tali pensieri vengano espressi da chi gestisce soldi pubblici, quindi di tutti, non di una sparuta minoranza che si è messa d’accordo per farci credere che la Favaretto sia una brava artista e non un’ostinata sprovveduta.

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