domenica 22 novembre 2009, 07:00
Il Papa lancia la sfida allarte spettacolo
Dalla Sala stampa mi arriva lindiscrezione secondo cui moltissimi artisti esclusi hanno fatto il diavolo a quattro per essere invitati. Ci sono state proteste vibrate. Reazioni indignate o stupefatte. Ragazzi, si dà il caso che le liste di convocazione siano fatte così: ingiuste per natura. Sapeste quante volte è toccato a me.
Anche lultima lista, quella giusta, non mancherà di suscitare polemiche. Ne fa fede il Giudizio universale che campeggia di fronte a noi non come una minaccia, ma come un promemoria. Saremo nella lista buona? Monsignore Ravasi ci chiamerà, quel giorno? Bisogna provarci. Il guaio è che noi quaggiù, col calcagno immerso nella melma della storia, distinguiamo a fatica i sentieri buoni da quelli che finiscono in niente. Eppure i segni ci sono, le indicazioni esistono. Parlo con artisti molto laici. Il bisogno esiste. La bellezza, mi spiega il fotografo Gabriele Basilico, è stata estromessa dallestetica moderna, che la considera retorica. Ma era giusto che tornasse al centro del discorso, non la si può togliere di mezzo: retorica o no, il fuoco è lì.
Quanta storia, a Roma! Camminando lungo la via Cola di Rienzo verso la basilica di S. Pietro, le solite statue viventi - langelo con le ali, Dante Alighieri, la fatina ecc. - non riescono a star ferme nei loro abiti bizzarri. Sotto la tinta verde o rosa, le loro facce si contorcono. Sono tutti stranieri, e rumorosamente chiedono soldi per sé, per i loro figli. A star fermi come statue proprio non ce la fanno. La crisi forse starà passando per i ricchi, ma i poveri ci sono dentro, le fette di torta sono più piccole per tutti, figuriamoci per quelli a cui toccavano già solo le briciole. E poi le mura vaticane, austere e ingiuste di uningiustizia che non si è mai risolta. Roma assomma cicatrici vecchie e nuove.
Ma cè qualcosa che oltrepassa le brutture della storia. Nel suo discorso Benedetto XVI, richiamandosi a quanto detto in proposito dai suoi predecessori Paolo VI (che sognò una nuova, grande stagione di collaborazione tra la Chiesa e gli artisti) e Giovanni Paolo II, usa la parola più importante: speranza. Luomo non è fatto per il disordine, per la bruttezza, per il caos. Cè un bisogno insopprimibile, una speranza («ineffabile» disse Rilke, perché per luomo moderno sperare è quasi una vergogna), alla cui voce nemmeno lartista più moderno e cinico - se è un artista - può chiudere le orecchie. La bellezza è una ferita. Ne parla Michelangelo qui, nella Cappella Sistina, mostrando quel doloroso bisogno come la legge stessa della storia, dallalfa della creazione allomega del giudizio. La bellezza è un segno a sangue che sospinge luomo «verso lalto», cioè gli fa desiderare di essere migliore, lo orienta verso un bene mai immaginato prima, come magistralmente racconta Dostoevskij in Delitto e castigo.
Tra i grandi citati dal Papa non poteva mancare il suo grande maestro, il teologo svizzero Von Balthasar, che fa della bellezza la prima parola del vocabolario umano. Non larte, non la bellezza prodotta dalluomo, ma lirrompere di qualcosa che mette nel cuore il desiderio di un destino finalmente umano. Questa è la sfida che gli spiriti più sensibili hanno saputo cogliere nelle parole del Papa. Nomi importanti di poeti, scrittori, architetti, fotografi, registi, attori sfilano nella Sistina, vero ombelico di tutta la storia dellarte, dove tanta storia umana è stata ed è decisa. Distinguo Bob Wilson, Tadao Endo, Santiago Calatrava, Mario Botta, Emilio Isgrò, ma anche Lino Banfi, Monica Guerritore, Giacomo Poretti (sì, quello del grande trio), e un tuffo al cuore mi prende quando vedo Terence Hill. E poi vedo Andrea Bocelli, Riccardo Cocciante, Antonello Venditti, Giosetta Fioroni, Nanni Moretti.