Il «sanguinario» Goya ha inventato la modernità

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«Io l'ho visto (yo lo vi)». Con queste tre parole segnate sotto una scena di particolare crudeltà in un'incisione del ciclo dei Disastri della guerra Goya apre a un importante aspetto dell'arte moderna e contemporanea, la violenza. Le incisioni erano state realizzate tra il 1810 e il 1820 per raccontare gli orrori della guerra tra spagnoli e francesi, in cui tutti erano vittime. Le scene cruente sono descritte con obiettività e coraggio. Alla crudezza, che anticipa la nuova oggettività tedesca di George Grosz e Otto Dix, per arrivare alle forme estreme di cinema, fumetto, fotografia e tv, si accompagna spesso il grottesco. L'osservazione impietosa e beffarda della natura umana che intride tutta l'opera del grande spagnolo, vissuto dal 1746 al 1828, sfoceranno nell'ironia di maestri come Max Klinger e Joan Miró. Non solo, ma quel «Io l'ho visto» non allude solo a una testimonianza oculare diretta, ma a un'incursione nell'«io» più profondo, per prendere coscienza delle angosce di ogni uomo. Goya li esprime con I capricci, acqueforti e acquetinte degli anni '90 del '700 che ritraggono in chiave allegorica vizi e miserie umane. L'inconscio sarà il motivo dominante dei surrealisti e degli espressionisti, da Dalí a Munch a Bacon.
Ma Goya non solo ha scavato nell'uomo: ha rappresentato con intelligenza e finezza tutta la società dell'epoca, attraverso ritratti e scene di vita dal vero. Un grande affresco di regnanti presuntuosi e indolenti, regine impettite, amici intellettuali illuministi, eleganti e tristi, bambini, balie e famiglie con parrucche e merletti. Un'epoca contraddittoria tra ancien r´gime e illuminismo, descritta con realismo e amarezza. Insomma, Goya è il mondo moderno, come propone la grande mostra di Palazzo Reale di Milano, promossa dal Comune, organizzata dalla Sociedad para la Acción Cultural Exterior di Spagna e curata da Valeriano Bozal e Conceptión Lomba. Attraverso 180 opere tra dipinti, incisioni, disegni, di Goya e di altri 45 pittori europei, la rassegna individua nel pittore spagnolo le radici dei grandi movimenti di Otto e Novecento. Movimenti i cui confini, fluidi tra loro, spesso si intrecciano. Cinque sezioni («I ritratti», «La vita di tutti i giorni», «Comico e grottesco», «La violenza» e «Il grido») mettono a confronto opere di Goya con quelle di colleghi europei dei secoli successivi per evidenziare contrasti o affinità. La grande parata di ritratti conferma Goya come uno dei maggiori ritrattisti, capace di rivelare ai posteri (come Rembrandt) ciò che gli stessi effigiati non vedevano: basta guardare il Ritratto di Maria Luisa di Parma per vedere quant'era ridicola nella sua superbia e baldanza. Sottile nel rivelarci i propri stati d'animo di uomo sensibile, come nell'Autoritratto del Prado del 1815, un volto di settantenne segnato dal tempo, virile e determinato. O nel ritrarre la schiera di intellettuali consci delle disillusioni di quei tempi difficili, dal poeta Moratín al direttore delle fabbriche della Casa reale spagnola, Bartolom´ Sureda. Il confronto con gli Autoritratti di David e Delacroix segna la distanza di Goya da neoclassicismo e romanticismo, per avvicinarlo alla soggettività dei volti di Bacon.
L'affannarsi della vita quotidiana, con i suoi personaggi popolari (L'arrotino, Il muratore ubriaco, La lattaia di Bordeaux...) precorrono quelli del secondo Ottocento di Honor´ Daumier e persino certe caricature di Soutine. Ma è nella violenza, nei drammatici episodi di sangue e di tortura, nelle Pitture nere della Quinta del Sordo, che Goya si pone come significativo precedente di Picasso, Grosz, Bacon.

LA MOSTRA
«Goya e il mondo moderno», Milano, Palazzo Reale (fino al 27 giugno, catalogo Skira). Info: www.mondomostre.it; www. seacex.es.

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