nostro inviato a Parigi
Nel manifesto che al Museo d’arte e storia dell’Ebraismo tiene a battesimo la mostra «Joseph Roth. L’exile à Paris 1933-1939» (fino al 4 ottobre), lo scrittore è ritratto seduto al tavolino di un bistrot, una sigaretta fra le dita grassocce, due calici colmi di vino rosso sul tavolo. La foto è dei primi anni Trenta, quando Roth ne aveva meno di quaranta (era nato nel 1894) ed è l’immagine di un vecchio, il volto gonfio, i pochi capelli spettinati, l’eleganza frusta di chi conosce il decoro, ma fatica a non lasciarsi andare. Era già alcolizzato Roth, uno scrittore alcolizzato fuggito dalla Germania e approdato nella capitale francese come un naufrago alla terra ferma. Eppure, se si va ben vedere, si era trattato di un naufragio particolare, nel senso che Roth si era buttato in mare molto prima che la barca andasse a fondo, come se lo sapesse e/o lo desiderasse. Aveva cominciato a nuotare all’inizio degli anni Venti, quando l’impero absburgico non esisteva più e la Germania era una repubblica senza repubblicani, in attesa di qualcuno che avesse l’ardire di rovesciare il tavolo delle istituzioni e prendere il potere. Ventenne allo scoppio della Prima guerra mondiale, apparteneva a una generazione che aveva vissuto «il terremoto dopo aver fatto affidamento, fin dalla nascita, sulla assoluta stabilità della terra. Abbiamo saputo tutto prima ancora di sperimentare alcunché. Eravamo preparati alla vita, e già ci ha salutato la morte». «Monarchico austriaco», «conservatore», si era ritrovato di colpo doppiamente esule: da una patria che non esisteva più e in una nuova che razzialmente lo condannava alla dannazione, lui che ebreo imparò a esserlo quando esserlo diveniva vietato. Così aveva deciso per Parigi, ovvero per la Francia, illudendosi di fare una scelta più che fuggire una minaccia. Si era definito «un francese d’Oriente». «Chi non è stato a Parigi è solo un mezzo uomo» aveva rincarato. Man mano che il nazismo diveniva un tutt’uno con la Germania e inghiottiva dolcemente l’Austria, la vita del «francese» Roth si fece sempre più accidentata.
Corrispondente della Frankfurter Zeitung e poi sua firma di punta, negli anni Venti Roth era stato uno dei giornalisti più famosi e meglio pagati della Germania. Amava vivere bene, non si era mai posto il problema di dover risparmiare: Parigi si era rivelata perfetta per ambedue le cose. Adesso però chiudevano i giornali per i quali scriveva, i suoi editori tedeschi passavano la mano, il suo stesso nome finiva all’indice, le collaborazioni si riducevano alle riviste dell’esilio, ai quotidiani degli esuli... Dalla Cripta dei Cappuccini alla Milleduesima notte, da Tarabas a La leggenda del santo bevitore, Roth scrive in quegli anni molte delle sue cose più belle, ma non è uno scrittore francese, non si è mai considerato tale, e la Germania hitleriana non lo considera più uno scrittore tedesco. Pubblica presso editori in esilio in Olanda, guadagna poco, vive con ancor meno.
Chi all’epoca lo intervista, ne traccia l’immagine di un ufficiale a riposo, ancora dritto nella postura, l’abito che sembra una divisa, ora silenzioso ora torrenziale, perso dietro ai sogni malinconici di un impero scomparso e tuttavia lucidissimo nel suo pessimismo di fronte al nuovo che avanza. Scriverà nel 1933 all’amico Stefen Zweig: «Non scommetterei un soldo sulle nostre vite. La barbarie è arrivata al potere. Non fatevi illusioni: l’inferno regna». E ancora, in un articolo: «Molti fra noi hanno servito in guerra, molti sono caduti. Abbiamo scritto per la Germania, siamo morti per la Germania. Abbiamo dato il nostro sangue per la Germania; doppiamente: il sangue che fa la nostra vita fisica e quello con il quale scriviamo. Abbiamo cantato la Germania, la vera! È per questo che oggi siamo messi al rogo dalla Germania!». I suoi ultimi anni sono quelli che in un articolo del 1938 definirà come il tempo di «Al bistrot dopo mezzanotte». Ha difficoltà a camminare, gli basta un pernod per sprofondare nella torpida ubriachezza di chi sa di non avere un futuro, ma teme anche che il tempo gli giochi lo scherzo di tenerlo ancora in vita quel tanto che basta per pentirsene. Se ne sta seduto al cafè Tournon, davanti al Palais du Luxembourg e a due passi dall’Hôtel de la Poste che ha eretto a proprio domicilio.