La casta degli storici che non insegna nulla

Gli accademici snobbano tutti i libri contro la versione "ufficiale" da loro accreditata. E così i revisionisti impazzano: il caso dell'anti-risorgimento

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Egregi storici di professione che liquidate con disprezzo i testi e le persone che a nord e a sud criticano il Risorgimento e ne descrivono massacri e malefatte, dovreste tentare un’autocritica onesta e serena. So che è difficile chiedere a molti di voi l’umiltà di rimettere in discussione le vostre pompose certezze e il vostro sussiego da baroni universitari, ma tentate uno sforzo. Se oggi escono libri e libercoli a volte assai spericolati, poco documentati e rozzi nelle accuse, nostalgici del passato preunitario, lo dobbiamo anche a voi. Se nei libri di testo e di ricerca, se nei corsi di scuola e d’università, se nei convegni e negli interventi su riviste e giornali, voi aveste scritto, studiato e documentato i punti oscuri del Risorgimento, oggi non ci troveremmo a questo punto. E invece quasi nessuno storico di professione e d’accademia, nessun istituto storico di vaglia ha mai sentito il dovere e la curiosità di indagare su quelle «dicerie» che ora sbrigate con sufficienza.

Ho letto e ascoltato con quanto fastidio - e cito gli esempi migliori - Giuseppe Galasso, Galli della Loggia, Lucio Villari parlano della fiorente pubblicistica sul brigantaggio, i borboni, i massacri piemontesi e i lager dei Savoia. Ne parlano con sufficienza e scherno, quasi fossero accessi di follia o di rozza propaganda. Poi non si spiegano perché tanta gente affolla e plaude i convegni sull’antirisorgimento, a nord o a sud, e disprezza il Risorgimento, se un libro come Terroni di Pino Aprile sale in cima alle classifiche, se nessuno sa dare una spiegazione e una risposta adeguate alle accuse rivolte ai padri della patria. Curioso è il caso di Galasso che prima accusa i suddetti antirisorgimentali di scrivere sciocchezze e poi dice che erano cose risapute; ma allora sono vere o no, perché non affrontarle per ricostruirle correttamente o per confutarle? Ed è un po’ ridicolo criticare le imprecisioni altrui, ridurle ad amenità, e poi non batter ciglio se il suo articolo, professor Galasso, viene titolato sul Corriere della Sera «Nel sud preunitario», mentre il brigantaggio di cui qui si tratta si riferisce all'Italia postunitaria. Par condicio delle amenità.

Ma il problema riguarda tutto un ceto di storici boriosi, che detengono il monopolio accademico e scolastico della memoria. Perché avete rimosso, non vi siete mai cimentati col tema, non volete sottoporvi alla fatica di rimettere in discussione quel che avete acquisito e sostenuto una volta per sempre? Detestate i confronti e perfino la ricerca che dovrebbe essere il vostro pane e il vostro sale. Il risultato è che per molta gente questi temi sono scoperte inedite.
Per la stessa ragione, non è possibile trovare sui libri di storia, nei testi scolastici e universitari o nei vostri interventi sui giornali, le pagine infami che seguono alla rivoluzione napoletana del 1799 con intere città messe a ferro e fuoco, migliaia di morti ad opera dei giacobini rivoluzionari. Celebrate i collaborazionisti delle truppe francesi ma omettete i loro massacri, le città rase al suolo. Non è ideologica anche la vostra omertà? O ancor peggio, poi non vi spiegate, voi storici titolati del Novecento, perché libri come quelli di Giampaolo Pansa esplodano in libreria con centinaia di migliaia di lettori: ma perché voi, temendo l’interdizione dalla casta, non avete avuto il coraggio di riaprire le pagine sanguinose della guerra partigiana, il triangolo rosso e gli eccidi comunisti. Così fu pure per le foibe. Poi con disprezzo accademico sbrigate questi libri come pamphlet giornalistici, roba volgare e imprecisa. Ma quei morti ci sono stati sì o no, e chi li uccise, e perché? Quelle ferite pesano ancora nella memoria della gente sì o no? Che coesione nazionale avremo, caro Galli della Loggia, nascondendo vagoni di scheletri negli armadi?

Sul Risorgimento non avete il coraggio di rispondere a quelle domande e così contribuite in modo determinante a rendere le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia come uno stanco rituale, estraneo agli italiani, dominato dai tromboni e dalle stucchevoli oleografie. Salvo poi scrivere stupefatti e indignati che il Paese non partecipa, è assente, è refrattario. Ma non vi accorgete che lo diventa se continuate con il vostro manierismo e le vostre omissioni?
Come forse sapete, sono tutt’altro che un detrattore del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, anzi sono un fautore di lunga data dell’identità italiana, quando eravamo davvero in pochi a difenderla. Sono convinto che il processo unitario fosse necessario, che molti patrioti fossero ardenti e meritevoli d’onore, e che l’idea stessa di unire l’Italia fosse il sacrosanto coronamento di un’identità, di una storia, vorrei dire di una geografia, di una cultura e di una lingua antiche. Ma per rendere autentica quell’unità non possiamo negare le sue pagine oscure e pure infami, non possiamo negare le sofferenze che ne seguirono e lo sprofondare del sud nei baratri della miseria, della malavita e dell’emigrazione. Quella malavita organizzata che dette una mano ai garibaldini come poi agli sbarchi americani. Sono convinto che l’Unità d’Italia non portò solo guai ma modernizzò il Paese, lo alfabetizzò e lo fece sviluppare; e considero meritevoli di rispetto i cent’anni e passa che seguirono all’Unità d’Italia, la nascita dello Stato italiano e di una dignitosa borghesia di Stato, la graduale integrazione dei meridionali nello Stato, il loro grande contributo alla scuola e all’università, alle prefetture e alle forze dell’ordine, alla magistratura e all’alta dirigenza dello Stato, all’impiego pubblico e militare. Non possiamo buttare a mare più di un secolo di storia per qualche decennio finale di parassitismo.

Ma bisogna avere il crudo realismo di narrare anche l’altra faccia della storia; per amor di verità, per rispetto di quei morti e per riportare dentro l’Italia gli eredi di coloro che subirono l’Unità. Perché resta ancora da costruire un’Italia condivisa e non da dividere un’Italia già costruita.

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COMMENTI

18 commenti su  1  2  3  4   pagine dal più vecchio | dal più recente
#18 BrigantePeuceta (1) - lettore
il 02.05.11 alle ore 17:52 scrive:
Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono e vinci. (M.Ghandi)
#17 Zenofonte (196) - lettore
il 11.09.10 alle ore 23:11 scrive:
grazie per dar voce al pensiero di tanti.
#16 raffucc (1) - lettore
il 01.09.10 alle ore 17:03 scrive:
Ho avuto modo di leggere il suo pezzo tramite e-mail che una Rete d'Informazione di cui faccio parte invia agli aderenti su temi che riguardano in particolare questioni risorgimentali. Non leggo "Il Giornale" poiché non condivido né la sua collocazione politica, né il modo in cui è diretto, ma lei Dr. Veneziani è personaggio pubblico, mi è capitato, perciò, di ascoltarla in qualche ospitata televisiva dove le sue posizioni spesso appaiano "trasversali". Questo articolo lo dimostra e perciò devo dare atto alla direzione del "coraggio" della pubblicazione, avendo avuto modo di conoscere posizioni diametralmente opposte de "Il Giornale" spesso vicine a quelle leghiste. Ho letto "Terrone" di P. Aprile e l'ho letto come si dice, in un sol boccone. Come me lei è un uomo del sud, di quella parte d'Italia a cui l'Unità non è andata bene, diciamo che ha preso un'altra piega e sapere certe cose ci fa male, molto male. Un saluto
#15 leonida alle termopili (461) - lettore
il 01.09.10 alle ore 8:51 scrive:
Egregio dottor Veneziani, non posso che compiacermi con le Sue osservazioni. Per decenni è passata la vulgata che il Trentino(in verità Tirolo di lingua italiana), arderva di sacro fuoco patrio. In realtà fu sempre fedele agli Asburgo e orgoglioso della propria Heimat tirolese e non ne voleva sapere di essere redento. Su 3-4 martiri trentini(come Cesrae Battisti che con le sue azioni contribui a far sprofondare tutta l'Italia nell'orrendo baratro di una guerra inutile, con l'aggravante di aver sparato egli stesso sui suoi stessi concittadini), si sono spese miliardi di parole. 600 i disertori fuoriusciti nazionalistri italiani, 70.000 i soldati(Kaiserjäger, Landes-KaiserSchützen) leali combattenti per l'Imperatore su tutti i fronti(come dimostrano le migliaia di decorazioni al valore, non ultima la medaglia d'oro dell'Kaiser al tenente Kaiserjäger Augusto Degasperi, fratello di Alcide), da quello galiziano alle Dolomiti, su una popolazione di neanche 300.000 anime. 10.501 i morti.
#14 oroverde (919) - lettore
il 31.08.10 alle ore 17:03 scrive:
Esimio Veneziani, complimenti,...complimenti per il bell'articolo, ma soprattutto per essere riuscito a farlo pubblicare. Deve pesare proprio tanto la sua penna nelle redazioni di questo giornale filoleghista ed avulso dalle problematiche nazionali. Allora visto che la sua figura professionale è in grado di imporre la propria presenza, La prego, continui Lei a raccontare agli Italiani cosa è stato il risorgimento, quanti e quali patimenti ha inferto alle popolazioni meridionali, quali danni hanno arrecato i savoia alle popolazioni del sud : dall'OCCUPAZIONE del regno delle due Sicilie, alla prima guerra mondiali. Io sono pugliese, come lei, raconti ai signori leghisti quante migliaia di morti si sono contate fra i " cafoni" della puglia per " liberare" i friulani o i trentini...che non volevano essere liberati affatto e che ora vorrebbero tornare all'austria.....Lo scriva Lei, perchè gli "storici" sono ben pagati per scrivere idiozie!!!
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