Sul Giornale di sabato scorso, il mio articolo sulla femminilizzazione della società ha toccato un nervo scoperto. Lo testimonia l’appassionato dibattito che ne è seguito, con le critiche di Caterina Soffici e con i contributi, fini e pertinenti, ma anche complementari, di Claudio Risé, Domizia Carafòli, Sandro Bondi e Giordano Bruno Guerri. Sono sensibile alle loro osservazioni, che mostrano come essi abbiano colto l’importanza dell’argomento.
Nel mio articolo, tentavo di mostrare che vari aspetti sociali, ma anche simbolici della femminilizzazione della società possono rientrare in una prospettiva ermeneutica (e per nulla «tradizionalista»), che aiuti a capire la realtà della nostra epoca. Scrivendo che, in una coppia, la «Legge» è rappresentata dal padre - cui dunque tocca tagliare il cordone ombelicale fra madre e figlio, consentendo a quest’ultimo di liberarsi dal narcisismo infantile per divenire adulto - non mi riferivo però ad autori «machisti», ma allo psicanalista Jacques Lacan, che nessuno ha mai accusato di volere chiudere le donne in un gineceo.
Il femminismo di Caterina Soffici (Il Giornale, 21 settembre) non mi urta. Ma ci sono due tipi di femminismo: egualitario e identitario. Il primo pone l’emancipazione delle donne nel loro diventare «uomini come gli altri». L’intercambiabilità dei ruoli maschile e femminile si traduce allora surrettiziamente in un allineamento al modello maschile. Il femminismo identitario pone invece l’emancipazione delle donne nella promozione del ruolo, dei valori e dell’immaginario simbolico femminili, mostrando che non sono inferiori in nulla al ruolo, ai valori e all’immaginario simbolico maschili. Infatti sono entrambi indispensabili tanto alla famiglia quanto alla società.
Il femminismo identitario è ben rappresentato, per esempio, da Luce Irigaray (Speculum, Feltrinelli, 1975; Ethique de la différence sexuelle, 1984; Io tu noi. Per una cultura della differenza, Bollati Boringhieri, 1992) e Irène Théry (La distinction de sexe, 2007). Il femminismo egualitario ha come alfiere Simone de Beauvoir, le cui tesi («Donna non si nasce, si diventa») hanno ispirato la sociologa Shere Hite, citata da Caterina Soffici. Annunciando che la femminilità non deve nulla alla natura, alla biologia o agli ormoni, quest’ultima riprende, nel suo campo, l’Illuminismo, che fa dell’individuo alla nascita una tabula rasa, teoria abortita in Unione Sovietica nella pseudobiologia di Trofim Lysenko.
Ma quest’opinione è contraddetta da centinaia di lavori sperimentali pubblicati negli ultimi anni, che mostrano invece le basi organiche degli orientamenti e dei comportamenti sessuali, concludendo che anche l’organizzazione funzionale del cervello è sessuata (il che spiega perché i due sessi non siano egualmente colpiti dalle malattie fisiche e mentali, che autismo e dislessia siano più frequenti negli uomini e la depressione nelle donne, che prestazioni verbali e riconoscimento spaziale non siano gli stessi, che la stessa medicina non abbia sempre lo stesso effetto nei due sessi, che essi non reagiscono egualmente al dolore, ecc.). Caterina Soffici confonde il sesso, che è attributo delle persone, col genere, che è modalità dei rapporti sociali. E trascura una delle frasi-chiave del mio articolo: «Certo, dopo la dolorosa cultura stile anni Trenta, non tutta la femminilizzazione è stata negativa. Ormai essa provoca l’eccesso opposto». Vi esprimevo il mio rifiuto della cultura rigida tipica dell’ordine maschile, per esempio quello degli anni Trenta (o del borghese secolo XIX). Una società ordinata solo secondo valori maschili è tanto squilibrata, dunque inaccettabile, quanto una società ordinata solo secondo valori femminili.

















