Insomma anch'egli avvertita lo squilibrio tra un avanzare a suon di alleanze e cannonate della unificazione politica dello Stivale e il «rimanere indietro» di chi lo abitava, lo Stivale. Ora, che un popolo debba sempre «riformarsi» può anche essere giusto, a patto di intendersi bene sul significato di quel verbo; ma nelle parole del marchese vi era un sovrappiù di sprezzo, di superiore illuminazione scaricata addosso al volgo arretrato e misero.
Chissà infatti cosa pensava il D'Azeglio a vedere i tre quarti e più dell'Italia ancora «impastoiata» nei tempi e nei ritmi lenti e antichi dell'agricoltura. Perch´ la Penisola che viveva gli ultimi decenni del XIX secolo era soprattutto un'Italia di contadini, spinti a diventare operai più mal gr´ che bon gr´, lanciati nella grande e spesso abborracciata impresa dell'alfabetizzazione delle masse, che colmasse un disavanzo scolastico notevole con il resto d'Europa, e che infine potesse cominciare a godere di quel soffio nuovo dell'avvenire che alcuni respiravano, di cui si inebriavano, e che volevano far respirare pure agli altri.
Era il contrasto tra l'ingiallito bianco e nero delle foto d'epoca che ritraggono i bambini della campagna romana intenti a seguire la lezione del maestro su una cattedra ambulante, con lavagna e pallottoliere appoggiati tra l'erba, di contro al colore dei primi manifesti della Belle Époque, quella «epoca bella» che si sarebbe inaugurata alla fine del secolo e sarebbe approdata alla tragedia della Prima guerra mondiale.
È il percorso storico e visivo - tra fotografie e riproduzioni, quadri e illustrazioni - che propone il terzo volume della Storia d'Italia del XX secolo, dedicato appunto a Società e costume nell'Italia unita, pubblicata dal Giornale insieme all'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.
Scorrono qui senza pudori le contraddizioni di una società forzata a cambiare con un ritmo accelerato, spesso al lume dell'acetilene perch´ l'elettricità ancora non era arrivata, dentro vagoni ferroviari riattati ad essere anguste aule di scuola, mentre un'eleganza di penna e di stoffe si ricamava sui colletti dei signori e le maniche, le perle, le piume delle signore. Mentre si tentava, si osava mettere in cinema la Divina Commedia (e dicono fu un successo) nel 1910. Mentre gli ingranaggi delle prime macchine - dalle fabbriche alle strade - scandivano nuovi ritmi e nuovi rumori, avvisaglie di nuovi incubi.
Era infatti un'epoca di miraggio, luccicante, frizzante, impressionista, cabarettista, cancanettista, soprattutto imbevuta d'una fiducia sconfinata e smisurata nel progresso, incurante dello sforzo titanico che gli uomini e le donne avrebbero dovuto mettere in campo per star dietro a quella mitologia moderna, quell'indicare un modello che avrebbe poi giocoforza creato masse di diseredati, pronti a essere riclassificati in proletari e sottoproletari. A dare così il via ad altre lotte, sino a quando la Grande Guerra avrebbe detto - ma forse senza farsi capire sino in fondo - che tutto ciò aveva un prezzo. Altissimo.
Ingrandisci immagine