La guerra ai valori ipocriti di uguaglianza e fraternità

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C he cos'è L'arte francese della guerra, secondo il romanzo omonimo di Alexis Jenni (Gallimard, 633 pagg., 21 euro), fresco vincitore del premio Goncourt e campione di vendite e di polemiche in patria (da noi uscirà per Mondadori il prossimo anno)? È il combinato disposto di un'umiliazione nazionale, l'esercito che nel '40 si arrende quasi senza combattere; un artificio verbale, un oscuro generale di nome de Gaulle che scrive il romanzo, ovvero la finzione, di un'altra Francia che resiste; un senso di rivincita scandito dall'uso della forza lungo i confini dell'impero e destinato a soffocare nel sangue perch´ nel nome del sangue (l'identità nazionale, «noi» e «loro») bagnato e alimentato.
L'Indocina e l'Algeria, racconta Jenni, continuano a turbare il sonno dei francesi. Dietro una sconfitta, militare la prima, politica la seconda, c'è la decadenza di un Paese che rimpiange la passata grandeur e si accorge che la lingua, da sola, non è più in grado di narrare una storia comune, di tenere insieme realtà diverse. Nel tempo del post colonialismo, l'universalità del francese più che un'eredità trasmessa è una minaccia, attentato a una «certa idea» della nazione evanescente eppure radicata, artificiale eppure reale, perch´ come tale sentita. «Il corpo sociale è malato. Costretto a letto, batte i denti. Non vuole sentire niente. Sta a letto, le serrande abbassate. Non vuole più saperne della sua totalità. So bene che una metafora organica della società è una metafora fascista; ma i problemi che abbiamo possono essere descritti in un modo fascista. Abbiamo problemi di ordine, di sangue, di suolo, problemi di violenza, di potenza e di uso della forza. Sono queste le parole che ci montano dentro, qualunque sia il loro senso».
Costruito a blocchi alternati, L'arte francese della guerra si avvale di un narratore e di un ex combattente. L'uno ha bisogno dell'altro, perch´ l'azione di per s´ è un linguaggio senza parole, e però ogni racconto ha bisogno di un'azione che lo rappresenti. Il primo è giovane, infelice, insicuro: è figlio della «Prima Repubblica di Sinistra», quella che «si occupava di tutto; si occupava di tutti». Aveva un bell'appartamento, una bella moglie, un buon lavoro, «tre volti di un unico reale, tre aspetti della stessa vittoria: il bottino della guerra sociale. Siamo ancora dei cavalieri sciiti. Il lavoro è la guerra, il mestiere l'esercizio della violenza, la casa un fortino e la donna una preda portata via di traverso la sella di un cavallo. Siamo cavalieri sciiti, la vita è una conquista: non descrivo una visione del mondo, enuncio una verità calcolata. Guardate quando tutto sprofonda, guardate in quale ordine sprofonda. Quando l'uomo perde il suo lavoro e non lo ritrova, gli si porta via la casa, e la sua donna lo lascia». Questa guerra sociale lui l'ha perduta, o meglio, a un certo punto ha smesso di combatterla e ora si lascia vivere.
L'ex combattente è vecchio, ha partecipato alla resistenza e poi è stato in Indocina e in Algeria, è un reduce della «guerra dei vent'anni, la guerra mal cominciata e mal finita, una guerra balbuziente che forse dura ancora. La guerra era costante, si infiltrava in tutti i nostri atti, ma nessuno lo sa. L'inizio è nebbioso: il '40 o il '42, si può discutere, ma la fine è netta: '62, non un anno di più. E subito si è fatto finta che non fosse successo nulla. Il silenzio dopo la guerra è sempre la guerra. Non si può dimenticare ciò che ci si sforza di dimenticare».
Victorien Salagnon, questo è il suo nome, sa dalla lettura dell'Iliade «che l'eroe può non essere buono», non gli si chiede di essere buono, e da quella dell'Odissea ha appreso la storia di «un uomo che cerca di tornare a casa, ma non trova la strada. E mentre erra a tentoni nel mondo, in patria tutto è preda delle ambizioni sordide, del calcolo avido, del saccheggio. Quando alla fine torna, fa pulizia grazie all'atletismo della guerra. Sbarazza, pulisce, mette ordine». È un guerriero, Salagnon, e sa che «la guerra è semplice. La forma più semplice della realtà». Ma sa anche che «la forza non si dà mai torto: quando fallisce si crede sempre che con un po' più di forza si sarebbe riusciti. La forza non capisce mai nulla e quelli che l'hanno usata contemplano il loro fallimento con malinconia, sognano di ricominciare». Ufficiale paracadutista, Salagnon in guerra ha anche continuato a disegnare e questo lo ha aiutato: vedere è ricordare, non trasformarsi in semplice strumento di morte.
L'arte francese della guerra racconta di una nazione che «ha un modo molto dolce di agonizzare e un modo brutale di essere salvata». Ma, dice ancora Jenni, la natura della Francia è anche la sua lingua «è lei il sangue che si trasmette e che ci nutre. Ci nuotiamo dentro e qualcuno dentro ci ha cacato. Non osiamo più aprire la bocca per paura di inghiottire qualche stronzo verbale. Tacciamo. Non viviamo più. La lingua è un movimento puro, come il sangue. Quando si immobilizza, come il sangue, coagula. Si muore soffocati, si muore di ostruzione, di un silenzio chiassoso abitato di gorgoglii e di furori repressi. La Francia è questo modo di morire». Jenni racconta la militarizzazione più o meno mascherata di un Paese nel nome dell'ordine sociale minacciato e insieme l'ipocrisia di una nazione, retorica nella sua triade puramente verbale di libertà-eguaglianza-fraternità, pronta a scaricare sui militari il peso di guerre volute dai politici e incapace però di trovare politicamente un'alternativa all'uso della forza. Senza onore n´ gloria.
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COMMENTI

1 commenti
#1 bruno monferrą (24) - lettore
il 16.11.11 alle ore 13:20 scrive:
Splendida, come sempre, questa sua recensione del libro di Janni. Leggendola ho imparanto anche molto. Peccato quel doppio "cavalieri SCIITI", orma dell'ignorante ditino del correttore di ...ultima istanza (ma non si troverą mai il modo di far rileggere il pezzo all'autore prima della effettiva mandata in stampa?!). Con ammirazione e simpatia, Bruno Monferrą, Roma.
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