La patria della discordia

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Ho letto con la dovuta attenzione sia l’articolo di Ugo Finetti del 18 settembre («C’era l’Italia anche prima del Risorgimento») sia l’articolo di Giordano Bruno Guerri del 5 settembre («Il Risorgimento? È zoppo,ora gli storici lo riscrivano»). Due testi interessanti e intelligenti. Guerri ha ragione nel sottolineare che il brigantaggio meridionale non fu né un fenomeno marginale né un fenomeno delinquenziale in senso stretto. Fu una rivolta di massa sociale e politica. Finetti ha ragione nel sottolineare che vi furono importanti realtà regionali, pur improntate a una coscienza unitaria, ben prima che nascesse lo Stato italiano. La lingua «disegnava una comunità che si articolava e si consolidava da Milano a Palermo nella letteratura, nell’arte, nella ricerca scientifica». La storia d’Italia - questa in sintesi la tesi di Finetti - non inizia nel 1861.
Tutto vero. Ma l’Unità è del 1861: di quello soprattutto, nell’imminenza di celebrazioni solenni, dobbiamo discutere. Molti autori - oltre ai due citati - insistono sulle ombre che hanno contrastato le luci del Risorgimento. Per quanto mi riguarda la smitizzazione e dissacrazione dell’Unità è non solo legittima ma necessaria. Tutti i grandi eventi della storia hanno avuto la caratteristica d’intrecciare il nobile all’ignobile, e anche al feroce.

Basta pensare alla Rivoluzione francese o al processo di formazione degli Stati Uniti. Anche l’insistere sui difetti che i protagonisti degli eventi ebbero non mi scandalizza per niente. Semmai, per quanto concerne in particolare uno di quei protagonisti Cavour, mi sembra che i suoi detrattori cadano in contraddizione quando lo trattano a male parole dopo aver spiegato in lungo e in largo che l’esercito piemontese era pessimo, che Vittorio Emanuele II era uno zoticone, che Garibaldi - niente da ridire - aveva a volte tratti pagliacceschi. Ma se il conte riuscì a fare l’Italia in quelle condizioni doveva proprio essere un genio.
Non concedo nulla, dunque, alle narrazioni edulcorate e impennacchiate di certi testi scolastici. Sono da buttare. La realtà fu diversa. Ma nella attuale disputa sull’Unità si è superato, a mio avviso, un limite che consideravo invalicabile (tranne che per qualche nostalgico dell’ancien régime): si nega cioè che il Risorgimento, con tutte le sue pecche e con tutti i suoi limiti, sia stato un momento positivo della storia d’Italia, un passaggio epocale dall’«espressione geografica» all’entità e alle dimensioni di uno Stato. Gravato, s’intende, da problemi immani e irrisolti. Ma finalmente una Patria comune e una bandiera comune.

La contestazione che sempre più prende piede pretende di riscrivere il Risorgimento non per depurarlo della retorica che gli si era appiccicata e per restituirlo alle sue connotazioni autentiche, ma per bollarlo come il male. Allora bisogna intendersi. Se quel punto di vista acquisisce credito, e trova udienza perfino nelle sedi istituzionali, tanto vale non celebrare nulla. O al più si celebri una messa da requiem in memoria del defunto. Su questo punto, che è fondamentale, deve venirci dai Palazzi romani una parola chiara. Dobbiamo depennare dall’elenco dei padri della Patria coloro che abbiamo considerato tali (e che tali secondo me rimangono)?
In provincia, ma la provincia non di rado può dare lezioni a Roma, non si sono ancora rassegnati a questo revisionismo totale. Proprio oggi, a Saluzzo, si apre una manifestazione, indetta dal centro europeo Giovanni Giolitti, dall’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’esercito, e dall’Istituto italiano per gli studi filosofici (Napoli), avente lo scopo di onorare le forze armate. Saranno presentati saggi uno dei quali, di Maria Grazia Greco, si occupa de Il ruolo e la funzione dell’esercito nella lotta al brigantaggio (1860-1868). Da quelle forze armate che solo nel 1879 assunsero il nome di «regio esercito italiano» sono venute generazioni di soldati, e centinaia di migliaia di caduti, gli ultimi in Afghanistan.

Scrive Aldo A. Mola in una sua relazione al convegno: «A differenza di quanto troppo spesso è stato detto, la caserma non fu affatto dominio di gretta e perfino spietata disciplina. Politici, storici e sociologi avveduti concordavano nel constatare che dopo il servizio militare i giovani tornavano solitamente migliori di com’erano partiti. Di solito venivano assegnati lontano da casa. Scoprivano mondi, lingue, costumi, mentalità diverse dalla loro e maturavano. Tornavano cittadini». Un illuso, Aldo A. Mola? Un illuso De Amicis, Edmondo dei languori, un illuso anch’io? Può darsi. Ma se la si pensa così meglio, ripeto, darci un taglio.
Come sicuramente auspica Angela Pellicciari che attribuisce alla Chiesa - nonostante la quale e contro la quale il Risorgimento fu realizzato - tutte le possibili virtù civili oltre che religiose. Secondo lei il Risorgimento «ha portato alla negazione di tutti gli ideali di libertà e di eguaglianza, è stato una guerra di religione combattuta dall’élite massonica borghese contro la Chiesa cattolica, che rappresentava l’identità del popolo italiano e delle masse. In questo senso dico che il Risorgimento è stato antinazionale perché ha reciso le vere radici dell’identità italiana, che sono tutt’uno con la religione cattolica».
Angela Pellicciari è una studiosa seria ma anche molto militante. Immagino che per lei il Sillabo sia stato un buon documento. Oso tuttavia muoverle un’obbiezione. Anche Ahmadinejad, scagliandosi contro chi vuol ribellarsi alla clericocrazia iraniana, dice che le masse sono con l’Islam e con gli ayatollah. Magari è proprio così. Ma basta?
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COMMENTI

6 commenti su  1  2   pagine dal più vecchio | dal più recente
#6 Alberto Busato (91) - lettore
il 21.09.09 alle ore 18:49 scrive:
Ha ragione Cervi. Ma non c'è nulla al mondo che avvenga secondo una trama dolce e cinematografica! La grandezza del Risorgimento e la ragione della sua celebrazione sta proprio in questo, nel fatto che limitazioni di mezzi, di uomini, di consensi e contraddizioni varie siano riuscite a fare di una unità geografica una unità politica e nazionale. Mi viene in mente Montanelli che nella Storia di Roma diceva: "E' sorprendente che imperatori carichi di tante scelleratezze ed errori, siano riusciti a costruire un tale impero!" Certo, oggi, la logica all'ultima spiaggia della capziosità di molti intellettuali, è pronta ad ammettere che conta più la linearità della trama, che il risultato della storia.
#5 27massimo52 (1341) - lettore
il 21.09.09 alle ore 17:55 scrive:
Garibaldi era un eroe(dei due mondi) o un marcenario?
#4 Turno (252) - lettore
il 21.09.09 alle ore 15:48 scrive:
La fede religiosa (cattolica) è anche oggi patrimonio comune del nostro popolo. Basta fare una ricerca su quanti italiani fanno prendere i sacramenti ai loro figli e su quanti bambini seguono il catechismo. Certo, gli italiani non saranno buoni praticanti, ma sono ugualmente cattolici. Perchè è la loro storia. Riguardo alla Chiesa come causa di arretratezza secolare avrei qualche dubbio. La cultura greca e latina ci è stata tramandata dalla Chiesa. L'arte è intrisa di cattolicesimo, così come la musica classica ecc. ecc.
#3 cardo (1424) - lettore
il 21.09.09 alle ore 12:12 scrive:
Sono d'accordo con il lettore Turno, anche se faccio una precisazione: la Chiesa Cattolica (che fu ed è anche Stato) fu causa di arretratezza secolare. Lo notarono già il Guicciardini e il Machiavelli. Ma la Chiesa Cattolica, intesa come Stato, non esaurisce in sé la fede religiosa, patrimonio - un tempo - comune del nostro popolo.
#2 Turno (252) - lettore
il 21.09.09 alle ore 10:53 scrive:
Vorrei aggiungere un'altra cosa. Contrariamente a ciò che sostengono gli "statisti "italiani dal 1945 ad oggi, la prosecuzione del Risorgimento non è stata la Resistenza, bensì il Fascismo che tentò di unire tutte le componenti della società italiana, pacificando, tra l'altro, lo stato con la Chiesa. La sconfitta militare subita dall'Italia nella seconda guerra mondiale ha interrotto quel processo. Il fatto che oggi, all'Altare della Patria ci sia il busto di Badoglio, personaggio che nell'immaginazione popolare simboleggia, giustamente, il tradimento, giustifica la scarsa credibilità di cui godono le istituzioni italiane. Questo è solo un esempio ma raccontare frottole sulla storia nazionale contribuisce a sfaldare il sentimento di unità e di appartenenza. Vi piaccia o no Mussolini è stato il padre del popolo italiano. E se si continuerà a giudicare la storia solo con il metro della democrazia si contribuirà alla disintegrazione della coscienza nazionale
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