La scuola progressista? Senza voti, libri e prof

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Dopo il successo di pubblico del libro di Paola Mastrocola (Togliamo il disturbo, Guanda) sembra diffondersi sempre di più la consapevolezza che, per arginare il disastro della scuola, occorra battere con decisione la via del rigore, della serietà e della qualità degli studi, della restituzione all'insegnante di tutto il prestigio della sua funzione, soprattutto per ridare al Paese speranze nel futuro, che soltanto una gioventù preparata, colta e capace può rendere concrete. Si può dunque sperare che le forze che hanno propugnato con tutti i mezzi l'ideologia del «non studio» siano in ritirata? Ecco una bella illusione. Al contrario. Nei laboratori del pedagogismo «progressista» - che trova peraltro alleati anche a destra e si avvale di agganci in talune associazioni professionali, taluni sindacati e in settori dell'amministrazione - si almanaccano ricette ancor più «avanzate» e «rivoluzionarie»; si procede con l'ostinazione delle termiti e con la sordità a qualsiasi obiezione tipica di chi si sente investito di una missione sacra.
Si vuole un assaggio delle ricette che vengono apprestate in questi laboratori? Basta rifarsi a un riferimento esemplare che circola in questi ambienti, il decalogo dell'analista di politiche scolastiche Robert Hawkins. Vediamo quale immagine della scuola del futuro ne emerge, tanto per avere un'idea dei modi con cui dovrebbero studiare (si fa per dire) i nostri figli.
Cominciamo dall'ambiente fisico. Gli studenti vanno a scuola. Entrano in un'aula? Niente affatto. Tutti i muri sono abbattuti e la scuola è diventata un open space. Qua e là vi sono tavoli con apparati tecnologici, in modo che gli studenti si aggreghino per fare delle «attività». Un gruppetto decide di fare una ricerca un argomento di storia, un altro di approfondire a scelta un argomento di ecologia, qualcuno vuole fare da solo. Stiamo scherzando? Niente affatto. Il grande «progresso» è che non devono esistere più programmi scolastici, n´ libri, n´ tantomeno insegnanti che rappresentino la fonte della conoscenza. La scuola (ma è in discussione se debba ancora chiamarsi così) deve trasformarsi in uno spazio di costruzione autonoma delle proprie conoscenze e competenze. Insomma, bando alla deleteria «trasmissione» della cultura del passato. I giovani ricostruiscono da soli o in gruppo le conoscenze. I libri non servono, anzi sono l'immagine di un'orrida cultura impositiva, trasmissiva, autoritaria, ex cathedra. I ragazzi, dotati di mezzi informatici, mettono in rete le loro esperienze didattiche, costruite sfruttando quelle già depositate da altri studenti. La cultura, la conoscenza, le biblioteche, i libri, sono sostituiti dal repository delle esperienze didattiche «autonome». Quale ruolo resta all'insegnante in questo processo? Soltanto quello di «specialista della gestione dell'istruzione», un «facilitatore» che aiuta gli studenti a cercare le informazioni, una sorta di animatore culturale del genere degli animatori delle feste di compleanno dei bambini; tanto che è in discussione se nel futuro la figura dell'insegnante servirà ancora.
Ho sentito più di un manager o dirigente di sezioni di ricerca di aziende lamentarsi degli inconvenienti dell'open space, degli ostacoli che frappone a pensare, riflettere, progettare. Ma, per questi ideologi, l'open space deve essere introdotto proprio nel luogo deputato allo studio. Ma qui sta l'equivoco: parlare di studio è roba da vecchi arnesi della cultura. Un punto centrale del decalogo è che la scuola deve basarsi sulla centralità del «giocare», il «giocare serio» su Internet che permetterebbe di far crescere le interazioni sociali e addirittura il senso civico. Insomma, la scuola non serve a studiare ma è soprattutto un luogo di socializzazione. Del resto, non è da questi laboratori ideologici che è uscita l'esilarante affermazione secondo cui il videogioco è la più grande rivoluzione epistemologica del Novecento?
Quindi, esperienze didattiche autonome, apprendimento giocoso che si fa ovunque, da soli, da compagno a compagno, o a gruppi, pescando in rete quel che serve con l'eventuale aiuto del gestore-facilitatore. Qui nasce il capitolo «strumenti» che vede il ruolo centrale della tecnologia informatica. Se qualcuno crede che tutto si riduca a dotare gli studenti di tablet per non portare a scuola carichi di libri, è rimasto alla preistoria. Quali libri? Qui si parla di un sapere diffuso costruito raccattando di tutto in rete con ogni mezzo. Quindi, anche i computer e le reti di computer connessi in rete sono importanti ma non si proiettano nel futuro didattico, che ha il nome di telefono cellulare, di smartphone. Scuola sarà sinonimo di smartphone. Del resto, già ora c'è chi dice che gli editori farebbero bene a non mettere figure nei libri, tanto lo studente munito di smartphone (genitori, preparatevi all'acquisto) su suggerimento del facilitatore scaricherà dalla rete le figure richieste, che si tratti del teorema di Pitagora o del Mos´ di Michelangelo.
Un ultimo capitolo riguarda la valutazione. Niente più voti, ma soltanto valutazioni formative completamente automatizzate, e un «portfolio» che illustra le competenze acquisite, eventualmente anche un portfolio di gruppo (sarà da ridere quando verrà presentato al datore di lavoro).
Qualsiasi persona ragionevole capisce quale insulto all'intelligenza rappresenti l'idea forsennata di sostituire la cultura accumulatasi in qualche millennio di storia con il repository delle esperienze didattiche di adolescenti. Qualsiasi persona con i piedi per terra, chiunque abbia mai visto in vita sua un bambino o un ragazzo, si figura quale colossale buffonata, quale circo, quale farsa produrrebbero inevitabilmente ricette del genere, che possono uscire soltanto dalla cucina del più astratto fanatismo ideologico.
La mattina si entra a «scuola» a orari variabili, personalizzati. «Papà, oggi entro alle 12, perch´ ho concordato a quell'ora una ricerca transdisciplinare sulla questione energetica con Franco e Elena; prima vado a fare un “gioco serio” in rete». «Ci da una mano, facilitatore? Vorremmo fare una ricerca sul conflitto d'interessi». «Ma non vi sembra che da tempo non fate nulla di matematica?». «La matematica è antisociale e comunque le equazioni di secondo grado no, sono repressive». «Facilitatore, ho saputo che in Spagna hanno avviato un progetto scolastico sulla masturbazione detto “La felicità nelle tue mani” (verissimo, ndr). Io e Francesco vorremmo studiarlo e approfondirlo». «Ora vi aiuto a trovarlo in rete». «A me non mi si scarica la foto di Einstein, mi si è impallato l'i-phone». Non vi va di studiare la fisica? Nessun problema: non ci sono programmi. C'è chiasso nell'open space? Niente da fare. Non esiste voto di condotta. Del resto, le urla sono una modalità di socializzazione, come il bullismo.
Bene, non possiamo abusare dello spazio del giornale e offendere la fantasia del lettore che certamente immaginerà da solo scenari ancor più surreali e divertenti, si fa per dire. Si chiederà chi propugna queste cose. Non vogliamo far torto a nessuno, prendendocela con l'uno piuttosto che con un altro. Del resto, basta andare in rete (magari con lo smartphone...) per rendersi conto di quanto pulluli questa ideologia. Questa è la scuola che si vorrebbe costruire per far impallidire le descrizioni dell'attuale degrado proposte da Paola Mastrocola. Questo è il medioevo prossimo venturo che si vorrebbe riservare al Paese.

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COMMENTI

8 commenti su  1  2   pagine dal più vecchio | dal più recente
#8 agostino.vaccara (3874) - lettore
il 22.04.11 alle ore 15:34 scrive:
Il lettore arrigo d'armiento dice una cosa giustissima. Come si può obbligare chi non vuole studiare a studiare? L'istruzione è per chi la vuole avere, chi non la vuole peggio per lui! Non li si può obbligare ad istruirsi! La così detta scuola dell'obbligo si dovrebbe limitare a mettere tutti in grado di leggere e scrivere. Poi chi ha desiderio e volontà di continuare è benvenuto. Chi invece vuole intraprendere altre strade, fatti suoi. Magari con gli anni e con la maturità quelli che non hanno a suo tempo studiato a scuola possono imparare molto di più leggendo e studiando per propria curiosità. A ben pensarci la vera cultura non la dà la scuola, la dà la curiosità di ciascuno di noi. Quello che a scuola veniva imposto, in un domani potrebbe essere solo un nostro desiderio d'imparare! Si legge un libro, se ne legge un altro e chissà dove si va a finire. La laurea? Fesserie, c'è gente senza laurea che ha una cultura molto superiore a chi la laurea se l'è comprata!!
#7 Arrigo d'Armiento (199) - lettore
il 20.04.11 alle ore 18:19 scrive:
Rigore, sì, ma la scuola ha bisogno di una vera, sana rivoluzione liberale. Una rivoluzione che non può che cominciare dall'abolizione di un feticcio catastrofico: l'obbligo della scuola. Per carità, non voglio l'abolizione della scuola, voglio che da obbligo diventi opportunità. L'obbligo resti per alcune nozioni elementari di lingua, storia, diritto necessarie a superare un esame per avere il diritto di voto. Chi non vuole studiare, si arrangi. Chi invece vuole approfittare dell'opportunità s'impegni a studiare seriamente, pena la bocciatura, come hanno fatto intere generazioni fino a quando l'obbligo riguardava solo le elementari. Arrigo d'Armiento - Roma
#6 decisamente (2524) - lettore
il 18.04.11 alle ore 21:41 scrive:
Perfettamente in accordo, con l'articolo del giornalista...........
#5 faniarte (87) - lettore
il 18.04.11 alle ore 18:56 scrive:
D'accordo con la collega..... Questo libro è una battaglia, perché la cultura non abbandoni la nostra vita e prima di ogni altro luogo la nostra scuola, rendendo il futuro di tutti noi un deserto. È anche un atto di accusa alla mia generazione, che ha compiuto alcune scelte disastrose e non manifesta oggi il minimo pentimento. Infine, è la mia personale preghiera ai giovani, perché scelgano loro, in prima persona, la vita che vorranno, ignorando ogni pressione, sociale e soprattutto famigliare. E perché, in un mondo che li vezzeggia, li compatisce, e ne alimenta ogni giorno il vittimismo, essi con un gesto coraggioso e rivoluzionario si riprendano la libertà di scegliere se studiare o no, sovvertendo tutti gli insopportabili luoghi comuni che da almeno quarant’anni ci governano e ci opprimono.
#4 Parra (1) - lettore
il 18.04.11 alle ore 14:35 scrive:
Trovo l'analisi perfetta, che fornisce un giudizio molto chiaro e molto ponderato. Mi permetto tuttavia di rimarcare come in articolo sulla scuola bene sarebbe non fare errori di ortografia: "Ci da una mano, facilitatore?" "Dà", terza persona singolare indicativo presente attivo del verbo "dare" si scrive CON l'accento!
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