Per ognuno dei tre autori che traduce, Tonelli ci offre una chiave di lettura che è di straordinaria dottrina e novità. Eschilo è il più radicale nell'accompagnarci in un viaggio verso l'abisso, il caos, lo spazio sotterraneo che si apre nelle apparenze solari della vita. Dioniso è eccesso: passioni estreme e incontrollabili. In Eschilo il contrasto è anche nel regno del divino: nell'Orestea, Clitemestra (così preferisce chiamare Tonelli la terribile moglie di Agamennone) agisce in nome di divinità arcaiche, pre-elleniche, Oreste invece in nome di Apollo delfico. Ma alla fine la tragedia è per i Greci un rito di iniziazione collettiva, che tende a una catarsi in cui la luce apollinea e la saggezza di Atena possano aver ragione dell'oscurità mai rinnegata dell'essere. Con Sofocle, compare la compassione per la fragilità umana. Per lui, antico sacerdote di Asclepio, dio della medicina, la tragedia è una terapia dell'anima. Saggezza e devozione curano il travaglio dell'esistere. La sua eroina è Antigone, che si sacrifica lottando contro il potere insensibile in nome di leggi non scritte degli dèi e del sentire umano. Il suo eroe Edipo, che Tonelli scrosta da ogni sedimento di interpretazione psicanalitica. Euripide introduce nel rapporto tra gli dei e gli umani il dubbio. L'uomo trova intollerabile il mistero del dolore e della morte. La saggezza diventa il saper gioire della stessa fuggevolezza dell'esistenza: «Chi ha vita felice giorno per giorno/ costui io ritengo beato», si legge nelle Baccanti. Impressionante è la galleria dei personaggi femminili messi in scena, da Medea a Fedra, da Ecuba a Ifigenia, archetipi di diverse dimensioni dell'anima. Ma la vocazione euripidea a cogliere una nuova sensibilità individuale non si disgiunge mai, per Tonelli, da quell'indole sacra e sapienziale senza la quale non ci sarebbe la tragedia greca. E senza la quale forse lui non si sarebbe messo a tradurla.
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