La morte, il cimitero, il marmo e il monumento sono quanto di più remoto si possa pensare a proposito delle passioni erotiche, il calore delle carni, gli affanni degli amplessi amorosi. E invece proprio lì, nei dolenti e austeri cimiteri, da Staglieno di Genova al Verano di Roma, e dal Monumentale di Milano e in altri luoghi funebri, ci sono scene erotiche di marmo da far provare l’ebbrezza di una forma nuova di rigor mortis. Naturalmente era difficile trasportare in una mostra monumenti cimiteriali, statue di marmo e lapidi: la trovata d’artista di Valeria Paniccia, davvero originale, è di aver riprodotto quei monumenti ad eros oltre la vita su lenzuola; ma lenzuola vissute, rubate alla vita, agli amici, ai famigliari, ci assicura la Paniccia. Veri sudari che hanno accompagnato atti d’amore e congedi di vita.
Il camposanto è per definizione luogo sacro, dominato da simboli religiosi. E invece qui vedi le performance estreme di Jole, Neera, Giana, Isabella, Maria, morta in amore, con una lapide misteriosa, intitolata dallo scultore Pietro da Verona Dedizione, in cui è scritto «Non dite ad alcuno perché son morta». E qui la fantasia erotica e necrofila si scatena. C’è il monumento funerario erotico dei Piaggio, a Genova, e una giunonica femminona dai seni prorompenti che accompagna il monumento dei Bardelli a Milano. Ma c’e a Roma un curioso e attraente monumento erotico risorgimentale del senatore siculo Francesco Paternostro, dove un corpo piegato sulla tomba mostra terga prodigiose, quasi parlanti, di una donna ai passanti che muoiono dalla voglia di trovarsi al posto del fortunato parlamentare. Sotto di lei, scorrono nella lapide immagini di guerre risorgimentali, camicie rosse garibaldine e soldati piemontesi. E vedendo insieme la scena, ti vien voglia di titolarla I Mille e una notte, per correlare l’epopea garibaldina e l’appeal erotico della posatrice.
Venezia, si sa, si presta a questi incontri pericolosi di Amore e Morte, Thomas Mann e d’Annunzio lo hanno magnificamente illustrato. E la letteratura simbolista e decadente tra Amore e Morte, compresa la fascinosa etimologia dell’amore come negazione della morte, A-mors, o il frutto che lega eros e thanatos, il mirto, sembra confermare l’amplesso. Ricordo l’ammirazione che negli ambienti venuti dal neofascismo circolava per esponenti politici, nazionali ma anche locali, deceduti nel pieno di un amplesso, di cui si narravano estremi turgori. Caduti con onore, si pensava, con sprezzo del pericolo, in piena virilità.
Aggiungi alla mostra cimiterotica quell’aria festosa ma vagamente necrofila del carnevale veneziano, quelle maschere che sembrano fantasmi venuti dal settecento e dai rondò, quelle ciprie e quei ceroni come di cadaveri in licenza premio. La cornice veneziana si presta come nessuna al cimiteros. Ci vorrebbe un Guido Ceronetti, acuto recensore di cimiteri e cappelle estreme, ad accompagnare il viaggio erotico mortuario e illustrarne i significati esoterici.
Ma colpisce che questi monumenti della belle époque, e comunque risalenti all’ultimo ventennio dell’ottocento e agli anni che precedettero la prima guerra mondiale, sorgano in cimiteri cristiani, cattolici e consacrati. Questa tolleranza estrema su eros e i corpi nudi, in piena città dolente e cristiana, questo alternarsi di seni nudi e crocifissi nelle stesse lapidi, un po’ sorprende. Certo si tratta di sesso sicuro, perché in marmo e granito, e di eros platonico, solo figurato, perché impossibile a consumarsi: di consumato ci sono solo i corpi dei protagonisti. Ma sorprende questa libertà di espressione davanti al ricordo dei peccati della carne; una specie di riabilitazione postuma del sesso, o perlomeno di riconsiderazione pietosa della sua umanità. Mi ricorda una sala vagamente pompeiana e assai pagana in piena città del Vaticano. Dopo aver visitato la mostra, la notte mi sognai la donna di pietra con i capelli al vento e il suo corpo disteso sulla tomba in pieno atto d’amore, mentre donava al defunto un piacere immortale e ai vicini di tomba l’invidia perenne.
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