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giovedì 26 aprile 2007, 07:00

«Liberiamo la città dai piani regolatori»

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Quello della pianificazione urbana è uno dei dogmi ereditati dal ’900. Intoccabile. La metropoli moderna va pianificata, dall’alto, in una concezione che vede predominante la funzione pubblica, preposta a incanalare tutte le forze attive e le componenti economiche della società verso una meta predefinita e astratta che configura la «città ideale». Il risultato è sotto gli occhi: le metropoli pianificate, lungi dall’essere ideali sono in realtà organismi ipertrofici e disomogenei, comprendono sacche di povertà ed emarginazione, sono farraginose e faticose. Oltre che brutte. Ma la maggior parte degli urbanisti insiste: o la pianificazione o il caos.
E se provassimo a scegliere il caos? Stefano Moroni, urbanista e docente al Politecnico di Milano e all’Università di Pavia, butta lì la sua provocazione in un libretto smilzo ma esplosivo nel contenuto, La città del liberalismo attivo: «Attenti a pianificare - dice l’insegnante di Etica e Territorio - siamo già in difficoltà a pianificare le nostre vite, figuriamoci se riusciamo a pianificare una città...».
Ma viviamo già nel disordine edilizio, con i risultati che tutti conosciamo. Se aboliamo anche le regole...
«Non ho detto di abolire le regole. Mi esprimo contro un sistema di norme per guidare i comportamenti e le attività dei cittadini in una direzione predeterminata. I piani regolatori tradizionali nascono immaginando uno stato finale sulla base di previsioni: aumento o diminuzione del numero di abitanti, sviluppo di determinate attività economiche e così via. Ma poi la realtà urbana evolve in tutt’altro modo. Ecco perché i piani regolatori nascono vecchi e necessitano di continue varianti, generando confusione e incertezza. L’Italia è piena di piani regolatori e di relative varianti, in una ressa di norme illeggibili dai cittadini, ma leggibilissime dagli “specialisti”, vedi gli speculatori. Aggiungo che i molti tentativi recenti di rendere la pianificazione più flessibile non migliorano affatto la situazione, anzi aumentano la discrezionalità del potere pubblico e gli spazi speculativi. Non si tratta di innovare il piano, ma di metterlo definitivamente in discussione».
La sua città, secondo il titolo del libro, è quella «del liberalismo attivo». Che cosa significa?
«È un’evoluzione del liberalismo classico che, come noto, pone l’individuo al centro come un fine in sé, senza attribuire alcun valore intrinseco a gruppi, collettivi, comunità. In questa prospettiva solo gli individui contano e ogni individuo conta. Fra gli elementi costitutivi del liberalismo attivo, uno, fondamentale, è la ripresa della più netta distinzione tra la sfera del giusto e la sfera del bene. Diciamo che la sfera del giusto riguarda le regole di base universali, imposte dalle istituzioni, dallo Stato; la sfera del bene riguarda invece le insindacabili concezioni individuali relative a cosa sia una vita buona o desiderabile. Ciò che devono fare le istituzioni è garantire, attraverso le regole di base, le più ampie libertà individuali, perché ciascuno possa scegliere e perseguire la concezione della vita buona che preferisce senza ledere pari diritti altrui. Il pluralismo delle concezioni del bene è provvidenziale per la società e la città».
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