martedì 09 febbraio 2010
 
 CULTURA
mercoledì 10 dicembre 2008, 09:22

L'odissea di un vero dissidente quando il "dissenso" non esisteva

Torna in libreria "Vita e destino", il classico dimenticato di Grossman, un intellettuale che prima di Solzenicyn aveva individuato l'inumanità del regime comunista

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La ripubblicazione italiana del testo finalmente completo di Vita e destino di Vasilij Grossman (Adelphi, trad. C. Zanghetti, pagg. 830, euro 34) era un atto doveroso. Vita e destino è un libro di cui sarebbe riduttivo affermare l’importanza nel puro ambitol etterario (sempre che la letteratura sia un ambito), e anche se dovessimo dire che è uno dei più grandi romanzi mai scritti, sarebbero parole vuote, gonfie d’aria e nient’altro.

Il problema posto nel mondo da Vita e destino risulta incomprensibile se lo si riduce a una generica «riflessione sul male», come vorrebbe il nuovo risvolto di copertina. Volendoci mantenere sul generico, dovremmo dire, semai, che il romanzo è soprattutto una «testimonianza del bene» (che è ben più temibile e temuto del male) che si rivela nella sua irriducibilità attraverso le condizioni più impossibili.

Ma anche questa versione lascia, comunque, il tempo che trova. Molto più interessante sarebbe ripercorrere la storia del manoscritto, che costituisce da sola un altro romanzo. Anche perché riassumere il libro è impossibile: l’orrore generale abbraccia la Germania nazista e la Russia comunista, concentrandosi sulla battaglia di Stalingrado - di cui Grossman fu testimone diretto - dove la sua tirannia viene contrastata da una costellazione di eroi, ciascuno col suo volto preciso: i rappresentanti dell’idea di umanità che negli anni Grossman era andato maturando.

Le biografie di Grossman (1905-1964) non ci presentano un’alma particolarmente sdegnosa. Per il semplice fatto che lo sdegno era impossibile. Lo troviamo agli inizi della carriera letteraria e giornalistica (alla fine degli anni Venti) perfettamente integrato nei meccanismi del potere sovietico. La situazione di carestia che attanaglia la sua Ucraina non provoca in lui, ma non dobbiamo meravigliarci, alcuna reazione di protesta. Negli anni successivi la protezione di Gor’kij gli permette di evitare le accuse di trockijsmo che colpiscono unasua zia, punita con tre anni di internamento.

Grossman è uno scrittore amato e fortunato. I suoi reportagesono letti ovunque. Allo scoppio della guerra è in prima linea, e un permesso speciale gli consente di percorrere a proprio piacimento le linee dell’esercito russo a Stalingrado. Solo verso la fine della guerra iniziano per lui i primi dubbi sul comunismo. Si tratta di ripensamenti personali, dovuti principalmente ad alcune richieste rivoltegli da un gruppo di scrittori ebrei. Prima di allora, Grossman non aveva mai preso troppo sul serio il fatto di essere ebreo.

A dispetto dell’antisemitismo montante anche tra gli intellettuali sovietici, Grossman si tiene in disparte, e nel ’52 firma addirittura una lettera a Stalin contro gli intellettuali ebrei. Lo scrittore vivecomesu una lama di rasoio: di qua il successo pagato a prezzo dell’ignominia, di là il baratro della persecuzione. Questo episodio produrrà molta vergogna in Grossman, che in seguito comincerà a essere fatto oggetto di attacchi antisemiti. Ciò nonostante, i suoilibricontinuanoaesserepubblicati con successo.

Insomma, per motivi anagrafici Grossman non appartiene propriamente alla cerchia dei dissidenti, non può essere un nemico del regime e  perciò non gli si oppone per motivi ideologici. Ma il regime ha buon naso, e individua in lui un nemico prima che lui formuli chiari propositi di opposizione. A quel tempo il dissenso non esisteva ancora: ricordiamo che Vita e destino fu scritto prima delle opere di Solzenicyn.

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