martedì 09 febbraio 2010
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 CULTURA
venerdì 18 aprile 2008, 07:00

«Ma non chiamatemi scrittore della Shoah»

Nessun epiteto è più irritante. Certo, ho conosciuto l’olocausto, ma non posso parlare per sei milioni di persone sterminate

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La notte precedente l’intervista ho divorato il suo ultimo libro, Storia di una vita (Guanda, pagg. 200, euro 14, traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi). Ho spento la luce con il chiarore dell’alba, pervasa da una sensazione di sottile angoscia, ma anche di pienezza. E di speranza. Quella di Aharon Appelfeld è la testimonianza toccante di chi ha attraversato indenne l’inferno del Secolo Breve, nonostante le difficoltà e le incancellabili cicatrici nell’anima; un resoconto terribile e struggente che lascia il segno. Appelfeld è considerato tra i massimi scrittori israeliani, di lui si parla anche come di un possibile Nobel; una persona che esprime forza, sensibilità d’animo e pacatezza, ma anche quel tipico umorismo yiddish che sdrammatizza e scioglie le tensioni sempre in agguato. Ma è soprattutto un uomo di notevole statura morale e intellettuale, essenziale nell’esposizione, nonostante la complessità degli argomenti. Un Grande del nostro secolo, con il quale è un onore parlare.
Nato nel 1932 a Czernowitz, in Bucovina, quella parte di mondo destinata a spartizioni e a drammatiche lacerazioni territoriali, sopravvisse alla Shoah in cui perse la madre e i nonni. Fu deportato con il padre in un campo di sterminio nazista in Ucraina, dal quale riuscì a fuggire, bambino, abbandonato al destino e a se stesso. Per tre anni vagò nei boschi, in preda a gentaglia e a criminali che lui definisce «la mia seconda scuola», prima di approdare nel ’46 in Palestina, allora sotto mandato britannico. Veterano dell’esercito israeliano, è sposato e ha tre figli.
Decido di rivolgermi a lui in tedesco, la sua lingua materna. Apprendo infatti dal libro che sua madre amava e coltivava questa lingua che in seguito il giovane Aharon avrebbe smarrito per colpa della guerra, quando perse tutto tranne se stesso: terra, casa, famiglia, sogni e certezze. Perfino le parole, un mosaico sorprendente di yiddish, ebraico e ruteno che si parlava soltanto in quelle parti d’Europa. Anche nella sua famiglia di ebrei borghesi, illuminati e assimilati e parte integrante dell’intellighenzia del Vecchio Continente. Convinti purtroppo che Hitler fosse soltanto un fenomeno di passaggio. Nessuno s’immaginava come sarebbe andata.
Guten Abend Herr Appelfeld.
«Guten Abend (sorpreso). Non sapevo che avremmo parlato in tedesco... (Silenzio). Be’, mi fa piacere. (Pausa) Ho così poche occasioni di parlarlo. Faccio fatica a trovare le parole... (Riprende fiato) Quando arrivai in Palestina dovetti fare degli sforzi immani per adottare l’ebraico come nuova lingua. L’ebraico dell’Immigrazione Giovanile e dell’esercito era privo di qualunque legame con il mio passato. Lo sforzo di conservare la mia Muttersprache (lingua madre, ndr) in un ambiente che m’imponeva una lingua diversa fu vano. A quel tempo non ero in grado di unire le parole in frasi. Ero praticamente muto. Balbettavo, le mie erano le grida soffocate di un ragazzino disorientato. Senza lingua tutto è caos, confusione e paura. Ma l’esperienza mi è servita. Ho imparato a osservare e ho capito che è meglio tacere. La Bibbia dice che il Non Detto è più forte di quello che è Detto».
Il tedesco era anche la lingua dei nazisti...
«Sì. La mia Muttersprache era anche la lingua degli assassini di mia madre. Come si poteva tornare a parlare una lingua intrisa di sangue ebraico? Certamente era un dilemma. Questo dramma non m’impedì tuttavia di considerarla prima di tutto la lingua di mia madre e della mia infanzia».
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1 commenti
#1 Piero P. (2) - lettore
il 19.04.08 alle ore 13:42 scrive:
Stupenda capacità di cigliere l'intima personalità di un grande uomo. Complimenti.
1 commenti
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