Beh, invece, la scelta lessicologica di Ginzburg si limita a poche apocalittiche paroline, adatte a compiacere qualunque sincero democratico: distanza, vergogna, terrore, avvocato del diavolo... Le migliori, secondo lui, per descrivere un presente di indubbie nequizie e un inevitabile futuro di sciagure. Ed è proprio sul senso della parola «vergogna» che Ginzburg riesce a dar vita a una spiegazione che se non fossimo sulle pagine di Repubblica potrebbe lasciar attonito qualsiasi lettore: «“Vergogna”. Le faccio un esempio: io mi vergogno di Berlusconi, non per Berlusconi. È una distinzione importante. Perché qui si tocca la nozione di individuo, che io definirei il punto di intersezione di una serie di insiemi... Il fatto è che Berlusconi ci riguarda, e ci si vergogna anche di cose di cui non si è responsabili». Per, di, nozione di individuo, serie di insiemi?
Non è che ci si capisca molto. L’importante però è vergognarsi di Berlusconi. Si poteva fare un esempio vergognandosi di Hitler, di Stalin, di Pol Pot, di Unabomber o di Bin Laden. Ma no, sarebbe stato un articolo buttato senza metterci la parola Berlusconi. Perché in questo caso la vera «genialità» di Ginzburg è stata nell’intuire che nel lessico necessario di Repubblica c’è una sola parola: Berlusconi. Possibilmente da associare a insulti e a visioni apocalittiche. Per Repubblica il presente è Berlusconi, il futuro è Berlusconi. Senza Berlusconi gli articoli si riducono, più o meno, a un chiacchiericcio noiosamente radical-chic, buono per conciliare il sonno. E così per evitare che il lettore si metta a fare un pisolino anche al duo Marcoaldi-Ginzburg non resta che aggrapparsi al «dagli al Berlusca».
Ma allora, facendo noi gli avvocati del diavolo, ci viene da fare una domanda, sperando non se ne abbia a male l’autorevole Ginzburg. Non è che il formaggio (la cultura di sinistra) è finito da un pezzo e sono rimasti solo i vermi?
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