
Le contaminazioni intellettuali fanno bene. Portano linfa nuova a famiglie di pensiero che si sono inaridite, permettono nuove sintesi, disegnano scenari su cui vale la pena interrogarsi. Pensare simultaneamente ciò che fino a ieri era stato pensato separatamente, evita la sclerosi culturale. Se in quest'ultimo quindicennio, invece di bere dissennatamente dalla botte del liberal-liberismo, fossimo stati criticamente più sobri riguardo alla globalizzazione e alla economia travestita da pensiero politico, forse non ci saremmo trovati così spiazzati da questa crisi che tanto ci spaventa, e per giustificare e/o nascondere l'indebita quanto cieca euforia ideologico-idolatrica che ne è alla base, non avremmo dovuto ricorrere a un pietoso eufemismo, il «mercatismo»...
Sparigliare nel campo delle idee, dunque, non è un male e questo spiega perché non mi sorprendono né mi indignano le invasioni in campo altrui, il recupero critico o l'accettazione tout-court di nomi, movimenti, pensieri, stati d'animo un tempo ritenuti proprietà private e inalienabili di quelle entità che sbrigativamente continuiamo a definire la Destra e la Sinistra. In quest'ottica, Il Secolo d'Italia, che è il quotidiano di partito di Alleanza Nazionale, fa benissimo ad arare pressoché quotidianamente terre per tradizione non sue, ricavandone oltretutto una visibilità giornalistica che, già da sola, ne giustifica la pervicacia. Il punto vero della questione è se sia una strategia culturale o una schizofrenia mentale.
Prima di cercare di rispondere, e nell'intento di favorire una discussione sul tema, diamo un'occhiata al suo potente alleato, quel Forza Italia che si appresta a divenire il Popolo delle libertà. Politicamente parlando governa con una maggioranza schiacciante, ma culturalmente appare in affanno. La riforma della scuola o non è stata spiegata bene o è stata capita male, il ministero dei Beni culturali è oggetto di critiche bipartisan (il principe dei musicologi Paolo Isotta sul tema degli enti lirici, il principe degli storici dell'arte Salvatore Settis su quello della gestione del patrimonio artistico). Gli intellettuali di area e di riferimento (il «partito dei professori», ricordate?), tacciono oppure applaudono (possibile che nemmeno uno abbia qualche dubbio? Ma dai...) e per il resto è un'orgia di decisionismo verbale dal quale in fondo emerge il fastidio se non il disprezzo di chi considera gli intellettuali poco più che, mi scuso per l'espressione, «cacadubbi». «Non ci sono soldi», «dobbiamo fare cassa», «bisogna tagliare» dicono sbrigativi. «Per chi non è d'accordo, c'è l'istituto delle dimissioni»...
Ma è davvero attingendo nelle risorse della scuola, della ricerca, dei beni ambientali e architettonici, peraltro magre, che si deve procedere? E se invece abolissimo le province? E se invece facessimo veramente una riforma, questa sì, epocale, abolendo il valore legale dei titoli di studio? L'impressione, insomma, è quella di scelte prive di respiro e di un progetto, dove ancora una volta è l'economia a dettare le leggi della politica.
Mi sbaglierò, ma al fondo di tutto questo, oltre a un orgoglio proprio della cultura del fare, manageriale, c'è un irrisolto complesso di inferiorità nei confronti della cultura in quanto tale, a torto o a ragione considerata estranea, ostile, terreno avversario. Un complesso in origine anche giustificabile, visto il pregresso quarantennio di Italia postbellica, ma che dopo quindici anni di pratica di governo e di opposizione assume l'aspetto di un errore politico, perpetua una spaccatura del Paese, presta il fianco all'irrisione culturale altrui.
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