Pettegolezzi di un genio sull’arte, la poesia e la vita

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Quale giorno magico dovette essere per Johann Peter Eckermann il 10 giugno del 1823 quando fu ricevuto dal grande Goethe. Il mostro sacro della letteratura tedesca aveva allora 74 anni e concepì forse subito l'idea di utilizzare quel giovane sensibile e attento per colmare - lasciandogli la sua testimonianza diretta - le lacune temporali lasciate dagli scritti autobiografici. E per chiarire e sistematizzare i propri punti di vista sui tanti campi che aveva trattato. Fece avere a Eckermann, appena il giorno dopo, le annate 1772 e 1773 delle Frankfurter Gelehrte Anzeigen dove aveva pubblicato recensioni senza firma, perch´ vagliasse quali di quei «lavori giovanili» meritassero d'essere inseriti nell'edizione futura di tutte le sue opere. Un incarico delicato e di fiducia. Goethe, come sempre, mirava, anche in quella circostanza marginale, alla concretezza e all'atto pratico.
Da allora, e fino a quando Goethe visse, Eckermann fu un perfetto «ascoltatore» del poeta. Annotava in forma succinta gli argomenti trattati, li sviluppava ed elaborava poi con quella sua straordinaria capacità di immedesimazione e quasi mimesi che fanno delle Conversazioni con Goethe (Einaudi, pagg. 706, euro 85) un'opera unica - definito da Nietzsche «il miglior libro tedesco che sia mai stato scritto» - e lo specchio attraverso il quale noi conserviamo l'immagine di Goethe. Il progetto delle Conversazioni, nato presto con la frequentazione assidua e sistematica di Eckermann, non era ignoto a Goethe, che anzi prendeva così sul serio i loro incontri da prepararsi talvolta per l'occasione. Il fatto poi che il devoto allievo e collaboratore aspettasse giorni e anche settimane prima di «sviluppare» i suoi appunti pare irrilevante, tanta era la sua conoscenza del pensiero e dell'eloquio del maestro, di cui ricostruiva i commenti, i racconti, le rievocazioni e gli umori secondo un proprio ordinamento, seguendo anche una propria indole e partecipazione attiva, non da segretario notarile.
Negli incontri, Goethe talvolta imprimeva alla conversazione delle svolte inaspettate. Non c'erano argomenti che non fossero messi sul tappeto. Con entusiasmo, Goethe parlava a Eckermann di letteratura inglese: «La nostra letteratura nasce in gran parte dalla loro. I nostri romanzi, le nostre tragedie, da dove li abbiamo presi se non da Goldsmith, Fielding e Shakespeare?». Tornava spesso su Byron, «il più grande talento del secolo», Byron che «non è n´ antico n´ romantico», perch´ è l'eterno presente. Ma anche su Manzoni, di cui conobbe dapprima le tragedie e le opere teatrali («Gli manca una sola cosa: non sa quale grande poeta egli sia e quali diritti gli tocchino in quanto tale») e poi, appena uscito nel 1827, I promessi sposi, sui quali però, col tempo, maturò delle perplessità.
Le Conversazioni con Goethe, oltre che un'opera fresca e autonoma, sono una miniera di notizie goethiane. Questo vecchio era un vulcano di idee e di vitalità. Rimasto vedovo, aveva un figlio, August, di cui Eckermann fu per qualche tempo precettore, e che morì giovane, a Roma, prima del padre. L'anno in cui iniziarono gli incontri con Eckermann, Goethe, a Marienbad, s'innamorò di una diciassettenne che, quando lui poi le chiese la mano, saggiamente rifiutò. Gustosi sono anche i tanti episodi familiari e domestici riportati. Friedrich, il cameriere, aveva disimballato una grossa cassa arrivata da Parigi dallo scultore David (d'Angers), che conteneva medaglioni in gesso e bassorilievi di cinquantasette celebri personaggi, Hugo, de Vigny, M´rim´e... C'era anche un grande foglio su cui era disegnato il cappello di Napoleone nelle posizioni più diverse. «Questo va bene per mio figlio» disse Goethe, e mandò il cameriere a portarglielo di sopra.

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