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 CULTURA
sabato 17 novembre 2007, 07:00

Più TASSE meno civiltà

L’ultimo caso clamoroso è stato quello del Giappone. Ma se in Oriente hanno capito la lezione, l’Europa persiste nell’errore

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La tassazione è da sempre al centro di dure controversie. E non c’è pensatore politico liberale che non si sia seriamente interrogato «se» le imposte siano legittime, e - quando anche questa domanda trovi una risposta affermativa - «come» debbano essere limitate e concepite. L’accostamento fra tassazione e schiavitù è d’altra parte assai frequente, così che quando negli anni Settanta il filosofo Robert Nozick parlò delle imposte come di «una forma di lavoro forzato» egli interpretò una lunga tradizione di pensiero. Perfino John Stuart Mill, che pure è uno di quei liberali di metà Ottocento che hanno consegnato il liberalismo ai socialisti, affermò che l’imposta rappresenta «una forma blanda di furto».
Se allora non c’è nulla di veramente nuovo sotto il sole quando sorgono movimenti anti-fiscali, è pur vero che oggi il potere riesce a sottrarre una quota di ricchezza (mediamente, nei Paesi occidentali, il 50 per cento di quanto viene prodotto) assai più ampia di quanto non avvenisse in passato.
Leggendo il volume di Charles Adams recentemente pubblicato da Liberilibri (For Good and Evil. L’influsso della tassazione sulla storia dell’umanità, euro 20) trova così una formidabile conferma l’argomento secondo cui qualunque sovrano dei secoli scorsi - da Carlo V a Luigi XIV - se solo potesse tornare in vita, in modo da osservare la straordinaria capacità dei governanti contemporanei di tassare redditi e profitti, resterebbe pieno di ammirazione.
Testo corposo (oltre 600 pagine), ma anche assai godibile e privo di inutili pose accademiche, questo For Good and Evil. L’influsso della tassazione nella storia umana racconta la storia della civiltà seguendo il filo rosso dell’imposizione fiscale e mostrando come mai, prima del XX secolo, il potere fosse riuscito a mettere le proprie mani su tanta parte della ricchezza. È stato in effetti l’avvento dello Stato moderno, al termine del medioevo, e poi l’incontro fra statualità e democrazia, a permettere alla classe politica di ampliare quasi indefinitamente la propria capacità di dominio su lavoratori e imprenditori.
Nella storia occidentale più recente, per giunta, c’è stato un momento in cui l’ideologia dominante era talmente favorevole al prelievo fiscale - specie in Europa - che l’unico freno all’incremento è stato per così dire «interno». Se insomma gli europei degli anni Settanta non sono stati tassati al 100 per cento è solo perché i politici erano consapevoli che aliquote così alte avrebbero comportato una distruzione dell’intera economia e, di conseguenza, entrate fiscali nulle. Ma ogni altro scrupolo era ormai venuto meno. Ora le cose sono iniziate a cambiare, grazie anche alla globalizzazione e alla mobilità dei capitali, che hanno obbligato i sistemi fiscali a ridurre le aliquote più alte e, di conseguenza, a moderare sempre più la pressione fiscale complessiva.
Adams nel libro ci parla di tutto ciò, mostrando il ruolo che la tassazione ha giocato - «nel bene e nel male», come dice il titolo - nella storia degli uomini, che hanno saputo costruire civiltà mirabili solo quando le tasse erano basse e saggiamente amministrate, mentre hanno conosciuto catastrofi ogni qual volta il ceto politico ha preteso di dilatare gli organici pubblici e di conseguenza il prelievo tributario.
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