Germanista, ebreo, autodidatta, Jesi pubblicò il volume poco prima di morire, a 39 anni, in un momento in cui in Italia parlare di cultura di destra era un tabù, individuando il motore del pensiero di destra in una «macchina mitologica» produttrice di idee senza parole e valori indicati sempre in maiuscolo come Tradizione, Passato, Razza, Origine, Sacro. Spengler, Frobenius, Eliade, Pirandello, Bachofen, D'Annunzio, Evola, ma anche Salvator Gotta e Liala spremuti in modo «trasversale» alla ricerca di nuclei, costanti e ricorrenze, su tutti l'esoterismo e il lusso. «Il libro - spiega De Luna - risente molto del clima culturale dell'Italia anni '70. A partire dall'intenzione di distinguere tra il fascismo mussoliniano, pregno di romanità, glorie patrie e Risorgimento, e neofascismo, secondo Jesi una formidabile macchina linguistica produttrice di stereotipi, radicata nel mito, nella dimensione spirituale alla Evola».
«I meccanismi culturali individuati da Jesi resistono - dice Vattimo -. Oggi, quando Bossi va al Monviso a prendere l'acqua del dio Po enfatizza una mitologia per servirsene a scopi politici, altro che etichettarla come fesseria. Così come la risalita del nazionalismo o delle radici, come accade con la Padania, ma non solo». Secondo De Luna il libro di Jesi ha passi profetici: «Nella descrizione del tramonto del lusso eroico a favore di quello materiale, dell'emergere di un consumismo destrorso, dell'appiattimento della cultura di destra su mercato e filosofie aziendali». Ma anche paradossali: «Jesi vide in Montezemolo, che chiama il marchesino della Ferrari, un emblema della politica di destra...».
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