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 CULTURA
domenica 30 dicembre 2007, 07:00

la rivincita dei

Il bambino riflessivo ha una percezione complessa della realtà, ne coglie spessore e contraddizioni, la esplora con un innato senso di dignità e giustizia

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Sono quelli che quando li inviti a cena - un’allegra tavolata tra amici - stanno in silenzio. Sono quelli che quando arrivano in un nuovo ambiente di lavoro, non corrono certo il rischio di essere etichettati come «imprenditori di se stessi», «maghi dell’autopromozione», ma nemmeno «scansafatiche senza obiettivi». Anzi: hanno della professione un’idea piuttosto rigorosa, «nobile», sebbene siano il contrario dei workaholics, i dipendenti dal lavoro.
Sono quelli di cui ci si innamora - sempre che accada - al secondo o forse al trentesimo sguardo, ma mai al primo. Sono quelli che quando li vedi cenare in trattoria o al Grand hotel, quando leggi i loro libri, quando gli chiedi l’ora per strada, la vibrazione interiore che ti rimandano è la stessa della voce da orso di Paolo Conte che - rivolgendosi solo a se stesso in un teatro gremito di persone - riassume perfettamente l’argomento di questo articolo: «Ma un uomo camion vive ancora in me... ».
Insomma, parliamo degli introversi. È uscito per Franco Angeli un libro dedicato a loro: Timido, docile, ardente... Manuale per capire e accettare valori e limiti dell’introversione (propria e altrui) (pagg. 128, euro 16) di Luigi Anepeta, psichiatra e psicanalista che da decenni studia i nessi tra soggettività e storia sociale, dopo aver lavorato in ambito accademico e - ai tempi di Franco Basaglia - in un ospedale psichiatrico. Gli abbiamo chiesto se l’introversione è una malattia - un po’ come la depressione - o soltanto un modo di essere divergente da quello predominante degli estroversi: «Questi ultimi» ci ha spiegato, «sono caratterizzati dall’attrazione che il mondo esterno esercita sulla loro personalità. Gli introversi, invece, sono attratti dal mondo interno, vale a dire dal pensiero riflessivo, dalla meditazione, dalle fantasie. L’introversione, ad ogni modo, non è una malattia, ma uno spettro caratteriale».
Con quali connotati?
«Un corredo emozionale molto ricco, spesso associato a un livello intellettivo elevato. Il mondo esterno, che noi riteniamo oggettivo e tangibile, ha una dimensione stratificata: è una foresta di simboli e di significati. Gli introversi hanno la capacità intuitiva di penetrarne lo spessore, di “vedere” ciò che esso significa al di là delle apparenze».
Un esempio?
«Un mio paziente riconduceva il suo primo trauma all’essere entrato, a tre anni, in una macelleria e all’aver avuto un attacco di panico alla vista degli animali scuoiati e sventrati. Egli ha visto ciò che noi non riusciamo più a vedere perché la nostra percezione è assuefatta a qualcosa che invece dovrebbe inquietarci».
Quali origini può avere l’introversione?
«È decisa dalla natura: dalla lotteria genetica, insomma. L’ambiente familiare e scolastico può influenzare lo sviluppo di una personalità introversa a seconda che valorizzi il suo patrimonio interiore (vibratile, plastico, creativo) o, viceversa, lo drammatizzi in quanto diverso da quello della maggioranza. Il bambino introverso ha una percezione complessa della realtà, ne coglie spessore e contraddizioni, la esplora sulla base di un innato e spiccato senso di dignità e giustizia».
Ed è quindi autorizzato a starsene per i fatti propri?
«Anche. L’odierna ideologia della socializzazione ritiene, per esempio, che tutti i bambini abbiano bisogno di andare alla scuola materna per stare con gli altri. Ma questa è un’istituzione caratterizzata in genere dall’affollamento, da una certa agitazione motoria e da una rumorosità spesso elevata. Per i bambini introversi, che odiano la confusione, l’interazione fisica aggressiva e il fracasso, è un’esperienza in genere terribile».
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