domenica 29 aprile 2007, 07:00
SCOMMESSE Quei cavalli da delirio
I purosangue hanno caviglie da miss Universo
Niccolò Machiavelli iocava ai dadi. Gli italiani, invece, giocano alle slot, anzi, giocano a tutto. Tommaso Landolfi, che del gioco ne ha fatto un modello di vita e un riferimento costante della sua arte, nei racconti di La spada non a caso fa dire a un suo protagonista: «Sia dunque lode al gioco, la più alta attività dello spirito umano!». Ma è stato quando ho ripreso tra mani Ottavio di Saint Vincent che mi sono ricordato di quando, ragazzo solitario in vacanza a Courmayeur, conobbi una coppia di signori milanesi che aveva passato la vita a giocare nei casinò di mezzo mondo. Sergio e Rossella, sotto il Monte Bianco, diretti a Chamonix, mi raccontavano che proprio a Saint Vincent avevano passato mesi tra lalbergo e il panno verde o la roulette. «Facevamo su e giù. Di giorno si dormiva, di notte andavamo a giocare. Anche là cè un tunnel che dallalbergo ti porta al Casinò. Lo attraversavamo da sonnambuli». Così, giunti a Chamonix, mi misero tra le mani quattro milioni di fiches che riuscii a disperdere in poche puntate.
È ovvio che qui si sta accennando al gioco dazzardo che è, sì, in espansione, ma che oltre a Landolfi a Dostoevskij al mitico De Sica e a molti italiani che da San Remo alla Slovenia frequentano i panni verdi e le roulettes, non rappresenta quel fenomeno di massa che invece registrano le Agenzie Punto Snai o Toto+, a esempio. Infatti le bische clandestine e no, esistono sempre. Le eredi dei bar dove prima si giocava a scopone, a tressette e poi a poker esistono eccome, però la massa, quella che Borges in un suo libro ha intitolato con straordinaria metafora Lotteria a Babilonia, gioca al Lotto, al SuperEnalotto, al Totip, al Totocalcio e alle martingale o picchetto che, tempo fa, erano scommesse clandestine e che ora sono legali. I giovani, a esempio, sono i maggiori scommettitori delle gare sportive nazionali e internazionali, per non parlare delle slot machine con tre ciliegie, quattro ciliegie, che sembrano concentrati virtuali di cacce al tesoro di infanzie perdute.
A proposito di infanzia... Cera il fratello di mio nonno che un giorno la famiglia al completo mise su un treno con un sacco di danari in tasca per comperare un terreno nel Chianti. Ebbene, tutti lo aspettarono per giorni e giorni. Ma Armando tornò senza soldi e senza terra. E anche arrabbiato perché non gli era «entrata» neppure una carta. Aveva perso tutto. E così continuò per tutta la vita. Venti ore al giorno erano il tempo che concedeva alle carte. Era un giocatore formidabile, una specie di radar, uno che sapeva contare e «vedere» le carte dellavversario come uno 007 cieco. Sì, cieco, però della Fortuna.
Ora questo lo apprendo da Roger Caillois, da I giochi e gli uomini: non cè e non cè stata mai società al mondo che non abbia «giocato». Nelle società sottoindustriali si gioca e scommette perché la fortuna e il destino sono la macchina produttiva; in quelle industriali e avanzate come la nostra, invece, si gioca perché in un certo senso ci si vuole riappropriare della «libertà» del destino. Con un colpo solo, insomma, si vuole vincere ciò che il lavoro di una vita non ti permette di guadagnare. Perfino nella ex Unione Sovietica, dove il gioco era proibito, i burocrati avevano trovato un sistema assai ingegnoso che permetteva di...