Se la chiesa è un garage mette in fuga anche Dio

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L'archittetura è un'arte di frontiera, quella più immediata e sensibile nell'accogliere, registrare suggerire una visione dell'abitare o un'idea di città. L'architettura esiste se ha un progetto sociale, e quando è in grado di proporlo diventa un punto focale per comprendere il senso della modernità attraverso l'esperienza estetica. Oggi è di moda parlare più dell'architetto che dell'architettura perch´, sono convinto, l'architettura proprio come progetto sociale giace gravemente malata in un letto d'ospedale.
E tuttavia, la sua malattia non impedisce all'architetto di ideare manufatti grandiosi, stravaganti, suggestivi che potrebbero essere collocati ovunque, a New York come a Calcutta, a Pechino come a Parigi. Manufatti che esaltano la fantasia e il talento dell'architetto, dell'archistar come ormai è chiamato chi opera indifferentemente in ogni parte del mondo, perch´ ovunque può piazzare il suo progetto.
È naturale ascoltare nelle interviste o nelle dichiarazioni degli interessati il rifiuto sdegnato dell'epiteto «archistar», non tanto per un sentimento di modestia di cui proprio sarebbe difficile trovare traccia, quanto piuttosto perch´ quella stellare definizione sottolinea un modo di pensare l'architettura come un oggetto globalizzato, senza identità, senza anima, avulso dalla tradizione, indifferente al contesto, accettabile ovunque e comunque. L'archistar lavora indifferentemente in tutto il mondo e non intende riconoscere più nessuna differenza tra San Francisco e Madras perch´ il «suo mondo» non ha storia e lei non ha bisogno di alcun progetto sociale da interpretare architettonicamente.
Soltanto la disorganizzazione e l'approssimazione con cui vengono fatti i concorsi frena l'archistar. E infatti il grande Frank O.Gehry, in occasione di una bellissima esposizione della sua opera alla Triennale di Milano, ha così spiegato al Giornale il motivo per cui nessuno dei suoi progetti è stato realizzato a Venezia, Modena o Milano: «Perch´ siamo in Italia, e voi conoscete questo Paese meglio di me...». Come dire: a buon intenditor poche parole.
In realtà, quando fui presidente della commissione giudicatrice dei progetti per la nuova sede della Regione Lombardia, io avevo votato per quello di Gehry, ma, credo unico caso in Italia, il presidente, cioè il sottoscritto, venne messo in minoranza e fu approvato un altro progetto.
Comunque, il disordine e la disorganizzazione italiana lamentata da Gehry non ha impedito, in assoluta coerenza con la nuova figura dell'architetto globale, dell'archistar senza confini, la nomina in questa settimana della nuova direttrice del Settore Architettura della Biennale di Venezia. È l'archistar, di comprovata eccellenza, donna, giapponese Kazuyo Sejima che, dopo essersi immediatamente schernita dall'appellativo stellare, subito affiabbiatole dalla stampa, ha dichiarato: «La Biennale deve essere tutto e ogni cosa... Un significativo punto di partenza potrebbe essere il concetto di confine e l'adattamento dello spazio. Questo potrebbe includere sia l'eliminazione dei confini, sia la loro evidenziazione. Qualsiasi componente della molteplicità di adiacenze proprie dell'architettura, può diventare un argomento». Parole chiare e comprensibili a tutti nel programma dell'archistar giapponese, così evidenti e semplici che le consentiranno di giustificare qualsiasi cosa nella prossima 12ª Mostra internazionale di architettura da lei curata.
Chi sembra invece avere i piedi per terra e non volare nell'empireo architettonico, è un folto gruppo di teologi, filosofi, artisti, architetti che hanno rivolto al Papa un appello affinch´ gli edifici religiosi ritrovino quel sentimento del sacro che l'architettura moderna ha cancellato (appelloalpapa.blogspot.com). Il testo dell'appello è un grido di dolore ricco di citazioni e di riferimenti al magistero della Chiesa e rievoca il discorso di Paolo VI agli artisti proprio a pochi giorni dall'incontro tra Papa Benedetto XVI e un eclettico gruppo di artisti, che si terrà nella Cappella Sistina il prossimo 21 novembre.
Chiunque, indipendentemente dalla propria fede, può constatare con quanta superficialità, disattenta o perfino estranea al sentimento religioso, si edificano chiese che sembrano capannoni industriali, case popolari senza nessun rispetto alla simbolicità che dovrebbero avere quelle costruzioni, senza un minimo di attenzione alla ricerca della bellezza.
Dicevo all'inizio che l'architettura vive se ha un progetto sociale, e l'architettura religiosa vive se riesce a cogliere e interpretare il sentimento religioso di un popolo: quanto ciò sia difficile lo testimoniano le esperienze degradanti dei moderni edifici destinati al culto. Il problema è nelle mani della committenza ecclesiastica, spesso suggestionata dalle mode delle archistar e dei loro piccoli imitatoti, ma il problema è anche nella cultura moderna che ha rinnegato il significato simbolico della bellezza e ha esaltato una visione scientifica del mondo che della bellezza non sa cosa farsene.

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COMMENTI

7 commenti su  1  2   pagine dal più vecchio | dal più recente
#7 Acquastanca (1697) - lettore
il 22.11.09 alle ore 19:57 scrive:
Non si vive di solo pane, notoriamente ci vuole anche il formaggio.
#6 Stella (342) - lettore
il 22.11.09 alle ore 17:17 scrive:
Più elevata è la spiritualità e più elevata è l'arte, l'architettura e la cultura. Brutta "Chiesa" = brutte chiese. Gesù ha insegnato che l'uomo stesso è il "tempio" di Dio e quindi in realtà non abbiamo bisogno di nessuna "chiesa" nè in senso architettonico nè in quello religioso. Tuttavia lo stile architettonico più degno per un luogo di culto, a mio parere, rimane finora soprattutto quello romanico, per la sua pura essenzialità e serenità nel determinare e suscitare la sacralità degli spazi che favoriscono il raccoglimento dei fedeli.
#5 Snoopy59 (559) - lettore
il 22.11.09 alle ore 13:15 scrive:
#4 Cardo, Quando il prof. Zecchi si riferisce al significato simbolico della bellezza, secondo me, intende il bello rinascimentale e il bello barocco. Condivido pienamente la bellezza semplice del romanico in generale e l'atmosfera mistica che vi si respira e il senso di silenzio e rispetto che le loro mura incutono. Riguardo agli edifici di culto moderni non trovo commenti denigratori poichè li trovo semplici e essenziali e comunque per me è importante la sicura presenza di Gesù nell'eucarestia e non gli edifici che la custodiscono.
#4 cardo (1385) - lettore
il 21.11.09 alle ore 20:29 scrive:
Non so se il prof. Zecchi abbia in mente "sontuosi edifici che più che alla spiritualità servono a ostentare la potenza umana anziché quella divina". A me, leggendolo, viene in mente la semplicità del romanico lombardo, che non ha nulla a che vedere con l'arida sciatteria delle chiese contemporaneee, frutto di un'ideologia pauperista assai poco mistica.
#3 Archey (591) - lettore
il 21.11.09 alle ore 17:30 scrive:
Certe orribili Chiese metteno in fuga Dio e gli architetti che le hanno progettate andrebbero messi al rogo come ha fatto con migliaia di innocenti Santa Romana Chiesa. Poi ci sono i Tettamanzi che mettono in fuga i fedeli, ma non è peccato.
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Alessandro Sallusti
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