I chassidim chiesero al Rabbi di Kozk perch´ non scrivesse un libro. Egli tacque poi disse: «Mettiamo che io abbia scritto un libro; chi lo comprerà? Lo compreranno i nostri. E quando troveranno il tempo di leggere un libro i nostri, che tutta la settimana sono sprofondati nella fatica di guadagnarsi da vivere? Troveranno il tempo il sabato. E quando troveranno il tempo il sabato? Prima bisogna andare al bagno, poi studiare e pregare, e poi viene il pasto del sabato. Dopo si troverà il tempo di leggere un libro. Uno si stende sul divano, prende in mano il libro e lo apre. E poich´ è sazio e assonnato si addormenta e il libro cade per terra. Ora ditemi, perch´ dovrei scrivere un libro?».
È una delle gustose storielle raccolte in Storie e leggende chassidiche di Martin Buber, il grande filosofo e teologo austriaco naturalizzato israeliano (Mondadori, pagg. 1316, euro 55, a cura di A. Lavagetto). Un libro importante per studiosi nella parte di documentazione sul chassidismo - espressione tra le più significative della mistica ebraica - e formidabile per il lettore più interessato al versante narrativo-aneddotico-leggendario.
Un altro libro meritevole fresco di stampa è La scomparsa di Israele di Alessandro Schwed, fiorentino d'adozione nonch´ membro della variegata Diaspora ebraica mitteleuropea (Mondadori, pagg. 228, euro 16). Ma dov'è, oggi, per gli Ebrei, si chiede l'autore, il luogo a cui ritornare? Se, come dicevano Kafka e Buber, gli Ebrei sono «uomini d'aria», è legittimo pensare che Israele fosse solo un luogo interiore e ogni ebreo possa rifondarlo dove vuole. O no?
