Torniamo a dire qualcosa di destra

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Tento di isolare un paio di idee chiave dell'articolo che Stenio Solinas ha scritto ieri (titolato «Perché la destra ha paura della cultura»): e su quel paio di idee vorrei innestare un piccolo ragionamento. Solinas - sintetizzo e dunque fatalmente banalizzo - ripropone in sostanza il vecchio tema dell'egemonia culturale comunista. Lo ripropone non per denunciare ipocrisie e intimidazioni di quella parte, ma per sottolineare i motivi che rendono debole ogni tentativo della destra di avere nella cultura uno spazio adeguato. Non diciamo uno spazio proporzionale al suo peso politico, ma almeno non così sproporzionato.

La componente del centrodestra che si richiama ad Alleanza nazionale è vissuta per quasi mezzo secolo in un ghetto ideologico. Come partito aveva il diritto legalee costituzionale di esistere. Ma non aveva quello di partecipare alla dialettica del potere. Basta ricordare il veto che fu posto al congresso di Genova del Msi, nel 1960, congresso che era il quarto, e che derivava unicamente da esigenze di politica politicante. Come movimento culturale in senso lato, la destra è stata associata strettamente al fascismo, e più precisamente all'ultimo fascismo, quello di Salò.

Non è che questo avvicinamento contraddicesse fatti evidenti. Ma in un meccanismo astuto e perverso di inclusioni ed esclusioni, la destra fu così posta in conflitto con la matrice resistenziale, e dunque con il principio fondatore della Repubblica. Il che ha in buona sostanza privato prima il Msi e poi An - e i personaggi che gravitavano su quell'area - d'ogni possibilità di farsi ascoltare (almeno fino allo sdoganamento di Berlusconi). Faccio un esempio. Giorgio Pisanò, per la cui connotazione giornalistica si può avere, e io l'ho, una forte allergia, scrisse decenni orsono, in una campagna martellante, ciò che poi Giampaolo Pansa ha così ben raccontato in Il sangue dei vinti. Non è che i vati della partigianeria di siano scomodati per confutare, documenti alla mano, ciò che Pisanò sosteneva. Era Pisanò, e dunque la sua verità non valeva niente nel confronto con parziali o totali bugie munite dei doverosi imprimatur. Questo il caso Alleanza nazionale.

Poi c'è Forza Italia, che è nata pochi anni orsono, e che va raccattando matrici ideologiche sia in campo liberale, sia in campo cattolico. Osserva benissimo Solinas che per la natura del suo capo, uomo dal fare se mai ce n'è stato uno, Forza Italia ha un distacco che diventa complesso d'inferiorità verso la cultura, «a torto o a ragione considerata estranea, ostile, terreno avversario». Da questo deriva una serie di conseguenze negative. Un potere per il quale la cultura è una minaccia e non uno strumento di straordinaria utilità finisce per «preferire l'intrattenimento all'approfondimento» e per liquidare le critiche come inutili sofismi.

La sinistra ha, per la cultura, una rendita di posizione fortissima. Si tratta dell'antifascismo, eretto a dogma. Dalla sacralità dell'antifascismo si fa discendere una serie di asserzioni. Che l'élite letteraria è stata antifascista o non è stata, che il Ventennio fu una cupa parentesi durante la quale ogni scintilla di talento veniva umiliata e spenta, che l'afflato ideologico dava straordinario vigore a ogni manifestazione artistica. Gli esaltatori del terribile Suslov davano duramente addosso a Bottai, in camicia nera. Ma ci fu di più. Nella stessa persona si potè trovare, in tempi successivi, un esaltatore di Bottai e un esaltatore di Suslov.

Era così vietato dire delle ovvietà non politicamente corrette. Ad esempio che Togliatti con tutta la sua spocchia intellettuale - sia chiaro, non voglio con questo affermare che dell'intellettuale Togliatti non avesse la preparazione - si squalificava sovente con dissertazioni sicuramente gradite a Mosca, ma prive di senso. A me sembra, quando mi capita di rileggere qualche tesi togliattiana, che la grossolanità dell'ordito sia evidente. Tuttavia bisogna riconoscere che la sinistra è molto brava nel rivestire anche le cause più miserevoli di concetti e contenuti nobili. Stiamo assistendo a questo anche con la polemica sulla scuola e sull'università. Le pulsioni più bassamente corporative sono gabellate per slanci di democrazia e di progresso sociale.

Sì, il centrodestra in questo non è che valga molto. Non vale molto nemmeno nel richiamare, al di là di un liberalismo molto generico, le glorie dei suoi padri culturali. Ha lasciato che si spargesse la voce che la cultura sia stata sempre e sia prevalentemente di sinistra. Ma non è vero. Dall'unità d'Italia al fascismo - per non dire ovviamente col fascismo - la cultura italiana a mio avviso fu soprattutto di destra. Una destra laica, patriottica, moderata, qualche volta retriva, ma d'altissimo livello. Anche se seppe chinarsi genialmente sulle sofferenze dei «vinti» Giovanni Verga (non parliamo poi di De Roberto) non era certo un agitatore sociale. Che dire di Carducci, grande cantore delle italiche glorie, e del vate Gabriele d'Annunzio.

Nella concezione d'oggi, che vuole una sinistra dura e pura, anche quei miti socialisti che furono Edmondo de Amicis (i languori non si accordano con la revolución) e Giovanni Pascoli («la grande proletaria si è mossa» così esaltò la conquista della Libia) fanno la figura di borghesucci sentimentali. E Pirandello? Il genio del teatro italiano fu addirittura fascista, con tessera acquisita nel momento più cupo del regime, dopo il delitto Matteotti. Malaparte era di sinistra? E Montanelli? È singolare che questo parterre de roi sia ignorato, o trascurato, o a forza inserito in schemi di sinistra mentre continuano a rifulgere autori francamente mediocri o discutibili. Forse sbaglio: ma certe pagine di Vittorini riecheggiano stile, linguaggio e situazioni della letteratura americana. Mi inchino alle pagine di Gramsci, che fu un pensatore di eccezionale penetrazione, così come mi inchino a Massimo Mila per la critica musicale.

Ma gli intellettuali comunisti alla Mario Alicata furono invece emuli, nella faziosità e nella censura, dei peggiori gerarchi mussoliniani. Il centrodestra deve richiamare in servizio i suoi numi tutelari, e deve liberarsi della sudditanza in forza della quale bisogna espellere dalla cultura italiana il Ventennio. Del Ventennio conosciamo le cupezze e le rozzezze, ma non è possibile assentire quando Luigi Longo viene descritto come un fine intellettuale, e Mussolini come un bifolco. Mussolini era un trascinatore di folle eccezionale, e un altrettanto eccezionale giornalista (evito il termine scrittore per non essere assalito dalle vestali del tempio antifascista). La sua Storia di un anno, ossia della crisi con la monarchia e del 25 luglio - scritta da un uomo sconfitto e consapevole della responsabilità che su lui ricadeva per la rovina d'Italia - è un esempio notevole di giornalismo asciutto, efficace, tutto sommato abbastanza attendibile.

Non si vuole qui negare che le operazioni culturali del Pci siano state intelligenti e abbiano avuto successo. Fu agevolato, il Pci, da una Dc che - come Forza Italia e forse più di Forza Italia - disdegnava la cultura perché voleva le poltrone, i consigli d'amministrazione, i posti che procuravano vantaggi economici. Cedendo così alla sinistra la scuola, l'università, in parte la magistratura, in parte il giornalismo. Molto tempo è passato e il centrodestra potrebbe finalmente pensare a una riscossa. Bisogna però che si adegui. A sinistra, riconosciamoglielo, v'è una maggiore articolazione polemica e dialettica grazie anche a un lungo allenamento. Gli uomini del fare devono anche saper essere uomini del dibattere. Con cognizione di causa, e conoscendo bene il terreno sul quale si addentrano.

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COMMENTI

25 commenti su  1  2  3  4  5   pagine dal più vecchio | dal più recente
#25 Imerio (103) - lettore
il 30.11.08 alle ore 23:57 scrive:
In aggiunta a quanto indicato,mi permetterei di aggiungere un'ulteriore osservazione.Le carriere universitarie(in ispecie in ambito umanistico e giuridico)di chi abbia apertamente osteggiato le teorie care alla sinistra"cattocomunista",sono sempre state assai difficili e contrastate e le opere scientifiche di questa classe d'intellettuali quando non apertamente avversate,nelle migliori delle ipotesi,venivano circondate da una coltre di silenzio,per la qual ragione un'analisi affrettata avrebbe condotto a concludere che,sul piano delle idee,al di fuori di quanto prodotto dalla sinistra,vi fossero soltanto sciocchezze od il nulla.Ciò posto, però,anche quando(come ora)aveva a vincere il centrodestra,come"esperti"non venivano certo chiamati quei coraggiosi che avevano messo a repentaglio buon nome e carriera,per tentare di testimoniare la vitalità di un'idea che il"centrodestra"vuole rappresentare,ma i peggiori(e per questo già non pagati dalla sinistra)fra gli intellettuali cattocomunisti
#24 udi (77) - lettore
il 30.11.08 alle ore 22:55 scrive:
TORNIAMO A DIRE QUALCOSA DI DESTRA Non la si sta già facendo? A fronte delle chiacchiere della sinistra la destra sta realizzano la più bella cultura possibile : FARE . Tutte le elucubrazioni culturali della sinistra , chiamate cultura , sono frutto di tanto tempo impiegato a pensare , dibattere , confrontarsi , considerare , estraniandosi dalle necessità quotidiane che la destra pensava a soddisfare con la politica del fare . Comodo filosofare con la pancia piena , lontani dalla realtà contingente pensando attività e rivendicazioni sociali basate sullo sfruttamento delle fatiche altrui . Non facciamoci prendere dal senso di inferiorità intelletuale . Lasciamo le chiacchiere ai filosofi che però mangiano il pane del contadino .
#23 voce nel deserto (11826) - lettore
il 30.11.08 alle ore 21:32 scrive:
La cultura non ha colorazione politica e se la sinistra vuol fare cultura la opprima e l'annienta. Cultura e sinistra sono antinomie inconciliabili. L'umanesimo marxista è un'excamotage per poter affermare l'estraneità del divino alla vicenda umana. Incentro l'esistente sull'uomo per negare il trascendente e poi opprimo l'uomo,come è stato nella vicenda storica.Ma non si tratta di cultura ma di tecnica del dominio. Per fare cultura bisogna che l'uomo cerchi se stesso e la verità senza discriminazioni ideologiche. L'unica istituzione che oggi fa cultur è la Chiesa cattolica nelle fascie alte della sua gerarchia.
#22 Sylvia Mayer (8996) - lettore
il 30.11.08 alle ore 20:58 scrive:
Concordo con Cervi.Purtroppo,come lui stesso rileva,da 60 anni per "destra" in Italia s'intende il fascismo e, quando va bene, il bieco conservatorismo.Mentre prima del fascismo,durante ed anche dopo c'e' stata una destra che potremmo definire post-risorgimentale,liberale,riformista,conservatrice nel senso non deteriore del termine.Concordo anche con certe valutazioni di Cervi.Guarda caso,il grosso degli intellettuali di "sinistra" pronti a dar di destri-fascisti a chi non la pensava come loro era stato fino al giorno prima esattamente un intellettuale fascista,spesso anche dei peggiori,spesso anche antisemita.Si legga "Cancellare le tracce" di P.Battista,"I profeti disarmati" di M.Serri e della stessa autrice "I redenti.Gli intellettuali che vissero due volte".In ciascuno,bibliografie precise per saperne ancora di piu'.Si troveranno citati anche molti nostri intellettuali "di destra" che furono schiacciati dai redenti.Comunque,la "destra" di oggi si svegli.La cultura e'fondamentale.
#21 Imerio (103) - lettore
il 30.11.08 alle ore 20:50 scrive:
In aggiunta a quanto indicato,mi permetterei di aggiungere un'ulteriore osservazione.Le carriere universitarie(in ispecie in ambito umanistico e giuridico)di chi abbia apertamente osteggiato le teorie care alla sinistra"cattocomunista",sono sempre state assai difficili e contrastate e le opere scientifiche di questa classe d'intellettuali quando non apertamente avversate,nelle migliori delle ipotesi,venivano circondate da una coltre di silenzio,per la qual ragione un'analisi affrettata avrebbe condotto a concludere che,sul piano delle idee,al di fuori di quanto prodotto dalla sinistra,vi fossero soltanto sciocchezze od il nulla.Ciò posto, però,anche quando(come ora)aveva a vincere il centrodestra,come"esperti"non venivano certo chiamati quei coraggiosi che avevano messo a repentaglio buon nome e carriera,per tentare di testimoniare la vitalità di un'idea che il"centrodestra"vuole rappresentare,ma i peggiori(e per questo già non pagati dalla sinistra)fra gli intellettuali cattocomunisti
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Alessandro Sallusti
Gli Stati Uniti lo salutano come il "salvatore d'Europa", lui elogia Berlusconi "statista" ma poi sale in cattedra  continua..
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