La stessa Fed traccia uno scenario macroeconomico non privo di insidie. Le stime di crescita hanno infatti subìto una sforbiciata: il Pil aumenterà quest’anno fra il 2,2% e il 2,7%, meno del 2,5%-2,9% stimato in novembre; nel 2013 crescerà del 2,8%-3,2% (3-3,5% in precedenza). «Ci sono segni positivi - ha detto Bernanke - ma arrivano venti contrari dall’Europa. Non siamo pronti a dichiarare che siamo entrati in una fase più forte» di espansione. La prima fonte di preoccupazione è tutta interna ed è l’elevata disoccupazione, la mina vagante sulla strada di Obama nella corsa per un secondo mandato alla Casa Bianca. In dicembre è calata all’8,5%, il minimo in quasi tre anni, ma la banca di Washington prevede per i prossimi trimestri «una crescita modesta», motivo per cui la percentuale di senza lavoro «calerà solo gradualmente ai livelli considerati ottimali», per attestarsi quest’anno tra l’8,2 e l’8,5% (meglio comunque dell’8,5-8,7% previsto in novembre) e fra il 7,4% e l’8,1% nel 2013 (7,8%-8,2%).
Al mercato del lavoro Usa continua d’altra parte a mancare un pilastro come il settore edile, mentre quello immobiliare «resta depresso». E poi le aziende hanno rallentato gli investimenti fissi, rileva l’istituto: figuriamoci quindi se assumono. La Fed è quindi pronta a varare nuove misure di stimolo se l’occupazione non crescerà in modo sufficiente, ha ribadito Bernanke. Per ora, però, non è stato annunciato alcun intervento di quantitative easing («È sul tavolo ma non è stata presa alcuna decisione»). Proseguirà invece l’operazione “twist“ avviata in settembre: gli introiti delle obbligazioni e dei titoli di Stato in scadenza saranno reinvestiti in bond di maturità più estesa. Quanto ai tassi, secondo la maggioranza del consiglio Fed, saliranno al 4-4,5%, ma solo nel lungo termine. Bernanke è però stato chiaro: le previsioni della Fed su un eventuale rialzo del costo del denaro «non sono da prendere come impegni incondizionati».
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