"Aiuti umanitari? Rovina dell’Africa"

L’economista Dambisa Moyo svela i pericoli del terzomondismo: "I 300 miliardi di dollari donati al continente hanno paralizzato l’economia e sfamato solo l’avidità dei dittatori locali"

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Segnatevi questa cifra per la prossima predica rock del Live Aid: 300 miliardi di dollari, trecento miliardi, gli aiuti mandati in Africa (la maggior parte a fondo perduto) negli ultimi 40 anni. L’altro numero da tenere a memoria è quello della crescita del continente africano, nella stessa porzione di tempo: meno dello 0,2 per cento all’anno (in media). Se ne potrebbe desumere che gli aiuti al terzo mondo non aiutino affatto lo sviluppo economico, ma l’autrice di Dead Aid (titolo-sfottò del grande evento benefico del musicista-terzomondista Bob Geldof) va molto oltre: il paesi africani restano inchiodati alla loro povertà, dice lei, a causa degli aiuti umanitari. Dambisa Moyo, l’autrice di questo libro che è tra i bestseller del New York Times (Dead Aid, ed. Farrar, Strauss and Giroux, pagg. 188, euro. 19) non è solo un’ex economista della Goldman Sachs e prima ancora consulente della Banca mondiale. È anche una giovane donna africana, nata e cresciuta in Zambia, il che «se non può essere l’unica ragione per darle retta - scrive nella prefazione il grande storico scozzese Niall Ferguson -, è sicuramente una ragione in più per sentire cosa ha da dirci». Quello che Dambisa Moyo ha da dirci equivale a un cazzotto in pancia al modello del solidarismo fondato sugli aiuti umanitari, un prova drammatica dell’insuccesso di un sistema che sembra aver sortito come unico effetto la paralisi economica del continente africano, la moltiplicazione di conflitti tra bande affamate dei dollari umanitari, la lievitazione incontrollata della corruzione. Tutto sembra dimostrare che la solidarietà non aiuta ma fa danni, «l’idea che gli aiuti possano alleviare la povertà strutturale dell’Africa, e che lo abbiano già fatto, è un mito». Eppure «viviamo nella cultura dell’aiuto». È la cultura che permea la musica pop, è lo sfondo dei mega eventi rock, il solidarismo terzomondista «è diventato parte dell’industria dell’intrattenimento. Le star della tv e del cinema, le leggende del rock fanno propaganda per gli aiuti, e i governi gli vanno dietro per la paura di perdere popolarità. Bono degli U2 partecipa ai summit mondiale sulla fame e Bob Geldof, per usare le parole di Tony Blair, è “una delle persone che ammiro di più”», scrive la Moyo. Alla fine, «gli aiuti sono diventati una merce culturale», un accessorio elegante da sfoggiare nelle serate di gala.
E così, con l’avallo dei leader del pianeta e l’accompagnamento ad alto decibel delle grandi icone pop, «gli aiuti continuano a essere un incontrollato disastro politico, economico e umanitario per la maggior parte del mondo sottosviluppato». Perché gli aiuti economici causerebbero questo disastro nel Terzo mondo? La Moyo descrive la deriva di un’economia «aid dependent», ancorata cioè ai fondi umanitari come unica ma costante e torrenziale forma di sostentamento economico. Il moto è quello di una giostra, merry-go-round, che torna sempre su se stessa senza muoversi di un passo. Il circolo è tra sovvenzione internazionale e corruzione endemica dei governi sovvenzionati dall’Occidente. «Gli aiuti internazionali finanziano governi corrotti. I governi corrotti ostacolano lo sviluppo di libertà civili e impediscono la nascita di istituzioni trasparenti. Questo scoraggia gli investimenti nazionali e stranieri». Primo risultato: l’economia ristagna, non si crea lavoro, la povertà cresce o non si riduce. Secondo risultato: «In risposta alla crescente povertà i benefattori occidentali daranno ancora più aiuti, alimentando la spirale stessa della povertà». I miliardi di aiuti internazionali fanno gola ai governi corrotti ma anche alle bande di guerriglieri, alle fazioni tribali, e sono ancora gli aiuti la principale cause - secondo la giovane economista africana - delle guerre civile che insanguinano il continente. L’esercito dei «donors», dei benefattori, costituito da funzionari della Banca mondiale (10mila persone), dalle agenzie dell’Onu (5mila persone), dalle 25mila Ong registrate, forma una massa di 500mila impiegati dell’«industria della bontà», che produce aiuti con un’automatica coazione a ripetere. La ricetta draconiana della Moyo per l’Africa è diversa ed è questa: imparate dall’Asia. «Solo 30 anni fa il Burkina Faso, il Malawi e il Burundi erano davanti alla Cina quanto a reddito pro capite». Ma sono stati gli investimenti esteri e le esportazioni a trasformare la Cina in potenza mondiale, non gli aiuti.
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COMMENTI

15 commenti su 1   2  3   pagine dal più vecchio | dal più recente
#10 francesco scinto (151) - lettore
il 10.07.09 alle ore 14:56 scrive:
Si sono d'accordo ,basta aiuti con questo metodo,e' vero si finanziano solo corruzzione e pubblicita per Bono e Geldof ai quali farei volentieri le pulci e vedere dove vanno a finire i soldi delle loro inziative ,su conti Irlandesi?Per me prima bisognerebbe togliere di mezzo quei governanti africani corrotti come fu tolto di mezzo Saddam.Poi se hanno bisogno mandiamogli trattori e mietitrici e aratrici e che si coltivino il loro grano,l'acqua? Forniamogli noi ,pagati da noi dissalatori di acqua e pannelli solari ,che ne hanno tanto,per l'energia,mezzi per fare pozzi e per fare l'irrigazione .Vorrei vedere come pagherebbero le mazzette ad i corrotti,cosa gli darebbero?Un pezzo di ferro?O una spiga di grano?Quando faranno questo vado anche io in Africa o ci portero a zappare sia Bono che Geldof e tutti gli attori americani.Vedreste che lavori.E' ovvio che il finale e' una provocazione ma pensate ...pensate,poi magari ridete pure di me.Saluti
#9 Lullaby85 (65) - lettore
il 10.07.09 alle ore 11:00 scrive:
@ #6 bidi Questo articolo di certo non è stato scritto per giustificare il governo ma esprime una grossa verità: nonostante i soldi dati all'Africa essa sta ancora morendo. Forse qualcosa che non funziona c'è o no? Poi non penso che questa signora abbia scritto quel libro per difendere Berlusconi! Smettiamola di cercare la polemica anche dove non c'è!
#8 pinogeo84 (1221) - lettore
il 10.07.09 alle ore 10:50 scrive:
Per chi non ha vissuto da vicino l'Africa, questa frase sembrera' offensiva e razzista. Siamo sempre li' di razzismo in quella frase non c'e' perche' la frase e' diretta ai costumi. L'Africa subi' un periodo di grande siccita' circa 14000 anni fa' costringendo l'uomo a destreggiarsi per sopravvivere, per cui ci fu uno stimolo al lavoro e all'evoluzione tecnica. Circa 9000 anni fa' subentro' un clima favorevole che sviluppo' le foreste e le praterie per cui l’evoluzione tecnica dell’uomo rimase al livello minimo necesaario per tirare avanti ed era per lo piu’ un prodotto dell’esperienza ereditata. Questa situazione di minimo lavoro offerta dalla natura rimase radicata. Perfino le tribu Bantu che portarono in Africa la tecnica dell'agricultura, rimasero sul piano del minimo lavoro necessario per tirare avanti. Abito o costume non e' tipologia di razza ma e' un derivato dell'ambiente in cui l'individuo vive. Le critiche non sono razziste mentre prendono atto di una verita'.
#7 Emilio Macchi Alfier (213) - lettore
il 10.07.09 alle ore 10:31 scrive:
Un antico proverbio inglese dice: "Non date pesci agli affamati; insegnate loro a pescare".
#6 bidi (303) - lettore
il 10.07.09 alle ore 10:30 scrive:
L'Italia non assolve agli impegni che si è presa e TAC.. ecco l'articolo che dice che in fondo è meglio così. Schiavi. Il fatto che probabilmente siate sottopagati mi rincuora.
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