La stella di Blair ha smesso di brillare proprio nel giorno in cui l’ex premier britannico si è fatto avanti più esplicitamente, facendo trapelare dalle pagine del Times la sua disponibilità a rinunciare agli attuali incarichi per un ruolo di sostanza «che farebbe la differenza» in Europa. A tirargli lo sgambetto nella corsa alla presidenza della Ue sono stati i socialisti europei, di cui il Labour è una delle anime in Europa.
I leader del Pse sono usciti alla scoperto ieri rivendicando, anziché quella di presidente, la poltrona di nuovo ministro degli Esteri europeo (questo sarebbe il ruolo dell’Alto rappresentante). Ed ecco la trappola: se l’Alto rappresentante sarà socialista, il presidente stabile della Ue non potrà che essere dell’altra grande famiglia politica europea, quella dei Popolari. Non solo. In una conferenza stampa congiunta il premier spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero e i suoi omologhi di Belgio e Ungheria, Herman Van Rompuy e Gordon Bajnai, hanno sottolineato come l’Unione abbia bisogno di un presidente che sia «un vero europeo». Una mossa che brucia le ultime speranze all’ex leader laburista. D’altra parte i socialisti non perdonano a Blair di aver spaccato l’Europa ai tempi della guerra in Irak creando un asse privilegiato con gli Stati Uniti di George W. Bush e ieri anche il Financial Times lo definiva «l’uomo sbagliato» a causa della «follia» irachena. Poco prima anche il ministro degli Esteri Franco Frattini - pur sottolineando l’apprezzamento dell’Italia - aveva ricordato i «problemi» sollevati da altri governi del Ppe sul suo nome.
Con le quotazioni di Blair che scendono anche a causa delle perplessità mostrate da Parigi sull’euroscetticismo di Londra, salgono a questo punto quelle del premier del Lussemburgo Jean-Claude Juncker. Grande conoscitore della macchina europea, potrebbe essere lui l’uomo sul quale far convergere i consensi. Una figura che però cambierebbe il modo di interpretare il ruolo di presidente. Non ancora ben definita dal Trattato, quella stessa carica in salsa Blair avrebbe il sapore di un incarico di grande impatto mediatico e politico, una sorta di «primus super pares». Ma a ben guardare i posizionamenti delle ultime ore sembra che a prevalere sia l’esigenza di una figura di «primus inter pares» e la richiesta di maggior peso degli Stati più piccoli. Ecco perché Belgio, Olanda e Lussemburgo premono per un proprio rappresentante. Mentre Angela Merkel mantiene un impenetrabile silenzio (ieri ha visto a pranzo Nicolas Sarkozy e Gordon Brown) in lizza per la poltrona c’è anche il premier olandese, il cristiano-democratico Jan Peter Balkenende.
La data cruciale della nomina è fissata per il 12 novembre o al più tardi per il 19, giorno del vertice straordinario dei capi di Stato e di governo. Resta il fiato sospeso sulla Repubblica ceca. Per dare il suo ok, Klaus chiede garanzie, come la deroga per evitare richieste di risarcimenti dei tedeschi sudeti, espulsi nel ’45 dalla Cecoslovacchia. E il Trattato è ostaggio di Praga.
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