Perché non puniamo i folli come i delinquenti

Il killer di Oslo eviterà il carcere duro: "È uno schizofrenico". Ma tutti lo vorremmo in carcere

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Credo che, quando sono arrivate le prime notizie della strage in Norvegia, lo scorso luglio, abbiamo pensato tutti la stessa cosa: «È un pazzo». Solo un pazzo infatti, per le nostre menti normali – ovvero sane – poteva decidere di sparare, a freddo, a decine, centinaia di ragazzi pacificamente radunati su un’isola per parlare di politica. Del resto tendiamo a pensare la stessa cosa anche quando quel tipo di pazzia sembra ammantata di grandi principi, di grandi ideali: i terroristi che si fanno esplodere insieme alle loro vittime - ma anche quelli che fanno stragi e cercano di salvare la propria vita – ci appaiono folli. Perché per la nostra mente lineare non si possono privare della vita un innocente, uno sconosciuto, tanti innocenti, tanti sconosciuti, per motivi religiosi, etici, politici: per nessun motivo, se non nel caso di quella particolare follia collettiva e autorizzata che da sempre è la guerra. Il fatto che quel terrorista, quello stragista, si senta in guerra con noi, quindi nella sua coscienza legittimato a uccidere, non ci esime da arrivare sempre alla stessa conclusione: «È un pazzo fanatico», ovvero un individuo fanatico fino alla follia.

A questi pazzi fanatici però non siamo disposti a concedere lo stato giuridico di non responsabile delle proprie azioni e vogliamo – a torto o a ragione – che siano puniti come criminali: ovvero con il carcere, non con il manicomio. Perché hanno dimostrato, nei loro delitti, una tale lucidità, una tale volontà, una tale capacità organizzativa che non riusciamo a considerarli «matti». La nostra idea di matto è il demente, un essere irresponsabile delle proprie stravaganze: un assassino di massa, lucido e crudele, sfugge a questa definizione, perché l’orrore per la sua ferocia è superiore alla pena per il suo male.

È per questo che tutti (tranne i favorevoli alla pena di morte) abbiamo immaginato, desiderato, sperato che Anders Behring Breivik finisse in galera e ci rimanesse a vita. È per questo che ci ripugna, ora, apprendere che quel giovane biondo con la faccia da cretino contento di sé finirà in manicomio invece che in prigione. La prima idea che viene in mente è che, applicando lo stesso criterio, anche i criminali nazisti, anche Hitler, sarebbero stati condannati dal tribunale di Norimberga a un bel manicomio, a cure attente e premurose piuttosto che all’impiccagione. Perché, come Breivik, erano in uno stato psicotico, di schizofrenia paranoica, e vivevano in un proprio universo allucinato.

Infine però, almeno in me, prevale la ragione. Sano di testa quel cretino biondo non lo è di certo. Poi, se non soprattutto, una galera norvegese probabilmente è più comoda e piacevole di un nostro albergo a tre stelle, di un manicomio. In manicomio, almeno, gli infliggeranno la pena supplementare delle medicine, delle visite psichiatriche e della compagnia, sgradevolissima per lui, di matti «veri». In manicomio potrebbe restare tutta la vita, mentre l’ergastolo in Norvegia non esiste. C’è da sperare che sia stata anche questa una motivazione, per chi lo ha dichiarato incapace di intendere e volere. Insomma, ha ragione il suo avvocato che ha detto, all’unisono con gli avvocati delle vittime: «L’importante è che non possa più camminare per strada».

www.giordanobrunoguerri.it

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COMMENTI

13 commenti su  1  2  3   pagine dal più vecchio | dal più recente
#13 Memphis35 (1014) - lettore
il 30.11.11 alle ore 22:10 scrive:
Manicomio, eh? Il sostantivo suona veramente strano in questo nostro paese che ha dato i natali a quell'autentico genio della psichiatria di cui stiamo ancora assaporando il fall out dottrinale.
#12 piertrim (1308) - lettore
il 30.11.11 alle ore 19:18 scrive:
La massima pena in Norvegia è di soli 20 anni, è perlomeno auspicabile che in manicomio ci resti fino alla morte, e per nessun motivo lo possano dichiarare guarito per liberarlo anzi tempo.
#11 vency (5) - lettore
il 30.11.11 alle ore 18:42 scrive:
... l'art. 85 induce a ritenere che si possa commettere omicidio ANCHE se si è sani di mente. Anzi, solo se si è sani di mente. Solo se ci si comporta razional- mente. Altrimenti, è come se nemmeno si fosse commesso il delitto. Tanto è vero che chi è ‘incapace di intendere e di volere’, NON è nemmeno IMPUTABILE. Quindi, è imputabile solamente chi è capace di intendere e di vole- re, ossia chi è sano di mente. Chi si comporta razionalmente. Ma chi si comporta razionalmente, per definizione, non viola la legge. Solo il comportamento non-razionale porta alla violazione della legge. Su questa strada si legittimerebbe il delitto, l’omicidio, come stru- mento razionale di rapporto interpersonale! Ossia l’art. 85 tenderebbe a legittimare l’illegalità. Insomma: Viola la legge il comportamento razionale, o il compor- tamento irrazionale? Che sussista tale incertezza, non è pura follia?
#10 vency (5) - lettore
il 30.11.11 alle ore 18:38 scrive:
OSSERVAZIONE STRAVAGANTE. Stabilito che Mao, Stalin, Hitler, Lenin, PolPot, Castro et similia, NON SONO MAI STATI SANI DI MENTE – come sarebbe estre- mamente facile stabilire, considerata l’imponenza stessa dei crimini che hanno commesso - tali criminali non potrebbero essere condanna- ti da una Corte di Giustizia, perché 'non imputabili' , proprio a causa del loro evidente cretinismo, e quindi malgrado i milioni, le decine di milioni di vittime che hanno provocato [!!!!????!!!!].Eh sì. Perché chi provoca un così elevato numero di vittime, non ci sono dubbi che sia deficiente senza appello. Un pò strano, sì.
#9 vency (5) - lettore
il 30.11.11 alle ore 18:37 scrive:
Articoli 5 & 85 del CP. Può accadere, a chi si avvicina da profano al Codice Penale, di ravvisarvi delle apparenti incoerenze. Come nel caso dell'articolo 5 e dell'art. 85: " ART. 5. Nessuno può invocare a propria scusa l'ignoranza della legge penale." " ART. 85. Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile. È imputabile chi ha la capacità d'intendere e di volere. " [Da ‘Codice Penale e Leggi Complementari’, a cura di L. Ciafardini e N. Russo, Ediz. Finanze e Lavoro, 1999] Anche a prima vista, sembrerebbe che i due articoli siano in con- traddizione. In effetti, con sentenza 24.03.1988, n. 364, la Corte Costituzionale avrebbe dichiarato costituzionalmente illegittimo l'art. 5, "nella parte in cui non esclude dall'inescusabilità della ignoranza della legge penale, l'ignoranza inevitabile." [Detto fra noi: anche la Corte Cost. pare che abbia fatto qualche tentativo ...
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