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lunedì 17 marzo 2008, 07:00

Disagio dei cattolici: «C’è ancora troppo caos il Papa non parla»

Padre Cervellera: «Pechino chiusa come all’epoca di Mao»

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 Il blog di Andrea Tornielli
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da Roma

«Non dobbiamo boicottare le Olimpiadi cinesi, ma presentarci tutti ai giochi indossando una maglietta con la scritta “Tibet libero”». È la convinzione di padre Bernardo Cervellera, direttore dell’agenzia «Asianews», che conosce bene la realtà cinese e rilancia spesso notizie sulle violazioni dei diritti umani in quel grande Paese.
Padre Cervellera, che notizie avete dal Tibet?
«In questo momento non sappiamo molto. Ci sono le cifre discordanti sul numero delle vittime. Dopo l’inizio della rivolta, il governo di Pechino ha fatto oscurare molti siti Internet che potevano aiutarci a capire la situazione reale».
Non le sembra che il momento in cui far scoppiare la rivolta sia stato scelto con cura, alla vigilia delle Olimpiadi?
«Ci sono due elementi importanti di cui tenere conto. Il primo è che in questi giorni si conclude a Pechino l’Assemblea nazionale del popolo. E dunque la rivolta è pensata per dare uno schiaffo al governo cinese. Il secondo elemento è rappresentato dalle Olimpiadi: i tibetani sperano che, essendo la Cina sotto i riflettori, la repressione non sia dura come in passato. Le rivolte in Tibet non sono una novità: ci sono stati massacri nel 1950, nel 1959 e nel 1989. Ora, siccome il governo di Pechino ci tiene a presentare la Cina come un grande Paese moderno, si spera che la risposta alla rivolta sia più tranquilla che in passato. Ma nei rivoltosi c’è anche un’altra frustrazione legata alle Olimpiadi… ».
Quale?
«La Cina ha già preparato cerimonie e parate per far vedere che nel Paese coesistono pacificamente varie etnie e minoranze. Nella cerimonia di apertura faranno sfilare dei tibetani, nel villaggio olimpico hanno ricostruito un villaggio tibetano in plastica e una specie di “zoo” delle minoranze etniche. Un’operazione di facciata. I tibetani temono che passi un messaggio del tutto falsato della situazione, mentre loro soffrono un genocidio culturale e religioso. Per questo vogliono pubblicizzare le loro ragioni e cercare di manifestare durante i giochi».
Il Dalai Lama però non sembra condividere la rivolta…
«Il Dalai Lama non controlla più la popolazione tibetana. I rivoltosi contestano la linea del dialogo portata avanti da lui, vogliono arrivare allo scontro, sono disperati. Le rivolte di questi giorni sono un atto di pura disperazione da parte di molti giovani che in questi anni si rendono conto di non aver ottenuto nulla. Il Dalai Lama è stretto tra i suoi irrequieti giovani e il muro dell’intransigenza cinese».
Non crede che la rivolta possa avere un effetto controproducente e bloccare il processo di democratizzazione del regime cinese?
«La Cina teme che se fa qualche concessione al Tibet, poi si troverà costretta a farlo con le minoranze di molte altre regioni. Il dialogo è visto dunque come un elemento di debolezza. Pechino è in una situazione difficile. Ma la repressione non risolve i problemi, li rimanda soltanto».
All’Angelus Benedetto XVI non ha parlato del Tibet. Perché?
«La situazione è ancora confusa, la Santa sede non ha informazioni dirette, e poi c’era già l’importantissimo appello per l’Irak… ».
Per quale motivo il Dalai Lama non è stato ricevuto in Vaticano durante l’ultima visita in Italia?
«Il Papa lo aveva già ricevuto. Credo che il problema sia stato di protocollo: il Dalai Lama ha annunciato l’incontro prima ancora di aver chiesto udienza… ».
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#2 voce nel deserto (6695) - lettore
il 17.03.08 alle ore 15:23 scrive:
Isolare la Cina sia l'imperativo categorico.
#1 carlpat (827) - lettore
il 17.03.08 alle ore 11:39 scrive:
Prima del Papa i Vangeli. Quelli parlano chiaro.
2 commenti
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