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lunedì 07 settembre 2009, 07:00

"Io, in fuga dai mullah, vi racconto il vero Iran"

Mahmoud Keyvannia, 30 anni, ha partecipato ai cortei anti-Ahmadinejad. Arrestato e torturato, è riuscito a scappare in Italia e racconta le ipocrisie del regime islamico. "Il governo è ossessionato dalla guerra all’alcol, ma chiude gli occhi sulla droga. Le proteste continueranno. Fino al crollo del potere dei fondamentalisti"

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Trent’anni, grandi ideali e soprattutto non musulmano. Bastano questi pochi requisiti in Iran per diventare vittima di discriminazioni sociali e della persecuzione del regime. Ne sa qualcosa Mahmoud Keyvannia. Ieri, agnostico ingegnere elettronico a Teheran. Oggi, lavapiatti a Milano e «fedele di una sola religione, quella della libertà».

Un anno fa, con un visto di studio, Mahmoud lascia il suo Paese. Presto, però, ne sente la mancanza. I problemi di salute della madre sono il pretesto, lo scorso gennaio, per tornare a casa. Decide di trattenersi fino alle elezioni presidenziali di giugno, quando viene rieletto al potere Ahmadinejad. A Teheran la gente si riversa per le strade. Mai se ne era vista tanta dai tempi della rivolta contro lo scià. «Sentivo che era un momento storico, sono sceso in piazza Vali Asr con i miei amici di sempre, gli stessi con cui avevo fatto attività politica, denunciando i crimini del regime con volantini scritti a mano e distribuiti di nascosto all’università». Ad un tratto Mahmoud vede un basiji avvicinarsi minaccioso, getta via la sua macchina fotografica e cerca di mettersi in salvo. Impossibile. Dietro di lui ne arrivano altri sette: «Mi hanno picchiato con bastoni e manganelli e portato in un posto sconosciuto. Eravamo decine in una stanza, ma nessuno osava parlare. Hanno continuato a picchiarmi e insultarmi per un giorno intero; dopo il rilascio ho avuto il braccio destro paralizzato per due settimane. All’ospedale, però, non potevo andare: sapevamo tutti che la polizia compiva arresti anche tra i feriti ricoverati».

Mahmoud decide, allora, di fuggire definitivamente. Ottiene un reingresso in Italia e ora vive ospite della Fondazione Fratelli San Francesco d’Assisi in attesa di avere risposta alla sua richiesta di asilo politico: «Se tornassi in Iran oggi, mi aspetterebbe quanto meno la tortura». Violenze e frustrazioni non riescono però a farlo desistere dal portare avanti la sua battaglia personale contro il regime islamico. «Ho contatti frequenti con gli amici rimasti a Teheran, ma solo per e-mail o via chat, perché al telefono è troppo pericoloso: vogliono continuare la protesta, stanno organizzando una grande manifestazione per i prossimi giorni. Nessuno vuole Moussavi al potere, semplicemente in questo momento rappresenta il male minore». Allora qual è l’obiettivo dell’Onda verde che da tre mesi dilaga a Teheran? «Abbattere Ahmadinejad, poi Khamenei e tutto l’intero sistema dell’islam di Stato». Dall’Italia, il contributo di Mahmoud a «realizzare il sogno della democrazia» è tutto nei post sul suo blog in farsi (hamhame.blogfa.com) - «oscurato in Iran» - e che un giorno vorrebbe tradurre in italiano «per far conoscere anche qui la verità».

L’Iran di Mahmoud è quello della generazione nata agli albori della Rivoluzione islamica, cresciuta durante il sanguinoso conflitto Iran-Irak, delusa dalle promesse riformiste di Khatami e poi maturata negli anni dell’ascesa al potere del fanatismo di Ahmadinejad. «Siamo una generazione bruciata: essere giovane in Iran è una colpa, perché chiedi libertà, divertimento e cultura. I film che puoi vedere nei cinema di Teheran sono vecchi e tutti censurati. Per una commedia di Hollywood devi rivolgerti al mercato nero. L’assurdità è che è più pericoloso comprare un dvd americano o una birra, che del crack o della cocaina». A riprova dell’ipocrisia che regge l’ideologia religiosa. «Hashish e oppio si trovano facilmente nei parchi della città e con tranquillità se ne fa uso in ogni festa privata, ma il governo non combatte il fenomeno. È come se gli facesse comodo per ucciderci tutti senza sporcarsi le mani».

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7 commenti su  1  2   pagine dal più vecchio | dal più recente
#7 roxy (34) - lettore
il 10.09.09 alle ore 8:02 scrive:
Ecco una persona da aiutare con il coraggio di sfidare un regime oppressivo, che giustifica i suoi atti criminale con la motivazione religiosa.
#6 millycarlino (109) - lettore
il 09.09.09 alle ore 14:59 scrive:
L'etimologia della parola genovese mujratore in dialetto "massacan" (segnalo che lo scrivo come si pronuncia per i puristi del dialetto) deriva dal grido dei guerrieri arabi che saccheggiavano le terre liguri e in special modo Genova. Certo che queste invasioni creavano distruzione tanto che, passata la buriana, si cominciava a ricostruire. I genovesi di allora avevano creato vari campi di concentramenti di prigionieri mussulmani ove si rivolgevano gli edili dell'epoca per reperire mano d'opera. Siccome in battaglia i mussulmani urlavano muori cane infedele gli edili solevano chiedere, ovviamente in dialetto, "hai mica degli amazzacani (infedeli) disponibili?" alla risposta affermativa li reclutavano per impiegarli appunto come muratori. Non ci stupiamo anche noi uccidavamo per motivi religiosi il fatto è che loro continuano tutt'ora. Milly Carlino
#5 LoZioTazio (602) - lettore
il 09.09.09 alle ore 6:51 scrive:
questo é il tipo di persona meritevole di asilo politico, non chi paga gli scafisti per venire ad arrangiarsi nel ventre molle dell' europa
#4 Don Atheo (63) - lettore
il 09.09.09 alle ore 2:44 scrive:
Trent’anni, grandi ideali e soprattutto non cristiano. Bastano questi pochi requisiti in Italia per diventare vittima di discriminazioni sociali....
#3 miladicodro (532) - lettore
il 08.09.09 alle ore 9:46 scrive:
Va assolutamente aiutato.Oltretutto è in possesso di diploma.Qualche azienda potrebbe assumerlo.
7 commenti su  1  2   pagine
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