L'Eni ha già ripreso la produzione di 200mila barili, fra petrolio e gas, rispetto ai 280mila con il regime precedente. L'obiettivo è arrivare a livelli pre guerra in 6 mesi e balzare a 300mila barili nel 2013. Il gasdotto Greenstream che arriva a Gela è tornato in funzione da ottobre, ma il problema più grosso rimane la sicurezza. I vecchi contratti sono blindati anche se francesi ed inglesi vogliono scalzarci da primi partner energetici della Libia. Nel nuovo governo di Tripoli il ministro del Petrolio, Abdulrhman Ben Yezza, è un ex dirigente Eni. Però il premier, Abdurrahim El Keib è soprannominato il «gorilla» della British Petroleum inglese e della Total francese. Finmeccanica aveva in piedi con la Libia contratti per un miliardo di euro. Lo stabilimento di elicotteri Agusta Westland, vicino a Tripoli, ha già ricominciato a funzionare e verranno consegnati alle nuove autorità gli ultimi due velivoli su 20. L'impegno più importante, bloccato a metà dalla guerra, riguarda il controllo, con sistemi radar, del confine meridionale, per fermare i clandestini.
Nel 2011 grazie alla «primavera» araba sono arrivati sulle nostre coste 56mila immigrati dal Nord Africa (28mila dalla Libia). Ad agosto, quando è caduta Tripoli, il flusso si è di fatto fermato. In novembre è ripreso con un solo sbarco in Sicilia di 43 somali ed il 6 dicembre con un'altra quarantina di disgraziati finiti a Malta.
Il problema è che il trattato di amicizia italo-libico, firmato da Berlusconi e Gheddafi, prevede sia la lotta comune all'immigrazione, che accordi con industrie della Difesa come Finmeccanica. Non solo: l'Eni lo avrebbe finanziato con 4 miliardi di euro, nel giro di 20 anni, per grandi opere, comprese la litoranea, affidata ad aziende italiane. Alla vigilia della visita di Jalil il vice ministro degli Esteri libico, Mohamed Abdelaziz, dichiarava che Tripoli «ha alcune riserve su dei punti inclusi nell'accordo che devono essere nuovamente discussi tra i due Paesi». Alla Farnesina si parla solo di questioni formali e si sottolinea che l'Italia oltre ad addestrare i libici per difendere i pozzi petroliferi ha già stanziato 900mila euro per lo sminamento. Non solo: dal 2012 parteciperemo al disarmo delle milizie.
Nel dopo Gheddafi sono ancora 125mila i miliziani in armi, che formano «brigate» su base locale autonome e spesso in lotta fra loro. Nel fine settimana il comandante dell'ipotetico esercito nazionale, generale Khalifa Hifter, è finito in un'imboscata di un gruppo di ribelli di Zintan, la sua città, bollati come rinnegati. Poche ore dopo è stato coinvolto in un altro scontro a fuoco sulla strada dell'aeroporto. Da lunedì si tengono a Bengasi accese manifestazioni di protesta contro Jalil ed i membri del governo transitorio ex di Gheddafi, accusati di voler «scippare la rivoluzione». Il braccio di ferro fra laici e islamici, più o meno radicali, rischia di minare il paese come i poteri municipali armati fino ai denti.
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