La Libia nel caos batte cassa all’Italia

Scontri, attentati, proteste di piazza. Mentre si parla di dimissioni del premier, il governo vuole riscrivere il Trattato d’amicizia con Roma

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Per ora nessuno rimpiange Gheddafi, ma la strada verso una Libia stabile e sicura è ancora lunga. Mustafa Abdul Jalil, il presidente del Consiglio transitorio, al potere a Tripoli, è atteso oggi a Roma per incontrare il premier ed il capo dello Stato. Ieri sera è circolata la voce di sue dimissioni, poi rientrate dopo un convulso vertice del Cnt: una conferma che la Libia è nella bufera. Se Jalil arriverà a Roma vedrà anche Paolo Scaroni, numero uno dell'Eni e Giuseppe Orsi presidente e ad di Finmeccanica. Nell'incontro a Palazzo Chigi i problemi sul tappeto sono spinosi, come la revisione del trattato italo-libico, mentre a Tripoli continua il braccio di ferro armato fra le fazioni al potere. Una Libia nel caos sarebbe la minaccia più grave per l'Italia, che sta cercando di recuperare le posizioni ai tempi del colonnello. Il premier, Mario Monti, dovrebbe recarsi a Tripoli in gennaio.
L'Eni ha già ripreso la produzione di 200mila barili, fra petrolio e gas, rispetto ai 280mila con il regime precedente. L'obiettivo è arrivare a livelli pre guerra in 6 mesi e balzare a 300mila barili nel 2013. Il gasdotto Greenstream che arriva a Gela è tornato in funzione da ottobre, ma il problema più grosso rimane la sicurezza. I vecchi contratti sono blindati anche se francesi ed inglesi vogliono scalzarci da primi partner energetici della Libia. Nel nuovo governo di Tripoli il ministro del Petrolio, Abdulrhman Ben Yezza, è un ex dirigente Eni. Però il premier, Abdurrahim El Keib è soprannominato il «gorilla» della British Petroleum inglese e della Total francese. Finmeccanica aveva in piedi con la Libia contratti per un miliardo di euro. Lo stabilimento di elicotteri Agusta Westland, vicino a Tripoli, ha già ricominciato a funzionare e verranno consegnati alle nuove autorità gli ultimi due velivoli su 20. L'impegno più importante, bloccato a metà dalla guerra, riguarda il controllo, con sistemi radar, del confine meridionale, per fermare i clandestini.
Nel 2011 grazie alla «primavera» araba sono arrivati sulle nostre coste 56mila immigrati dal Nord Africa (28mila dalla Libia). Ad agosto, quando è caduta Tripoli, il flusso si è di fatto fermato. In novembre è ripreso con un solo sbarco in Sicilia di 43 somali ed il 6 dicembre con un'altra quarantina di disgraziati finiti a Malta.
Il problema è che il trattato di amicizia italo-libico, firmato da Berlusconi e Gheddafi, prevede sia la lotta comune all'immigrazione, che accordi con industrie della Difesa come Finmeccanica. Non solo: l'Eni lo avrebbe finanziato con 4 miliardi di euro, nel giro di 20 anni, per grandi opere, comprese la litoranea, affidata ad aziende italiane. Alla vigilia della visita di Jalil il vice ministro degli Esteri libico, Mohamed Abdelaziz, dichiarava che Tripoli «ha alcune riserve su dei punti inclusi nell'accordo che devono essere nuovamente discussi tra i due Paesi». Alla Farnesina si parla solo di questioni formali e si sottolinea che l'Italia oltre ad addestrare i libici per difendere i pozzi petroliferi ha già stanziato 900mila euro per lo sminamento. Non solo: dal 2012 parteciperemo al disarmo delle milizie.
Nel dopo Gheddafi sono ancora 125mila i miliziani in armi, che formano «brigate» su base locale autonome e spesso in lotta fra loro. Nel fine settimana il comandante dell'ipotetico esercito nazionale, generale Khalifa Hifter, è finito in un'imboscata di un gruppo di ribelli di Zintan, la sua città, bollati come rinnegati. Poche ore dopo è stato coinvolto in un altro scontro a fuoco sulla strada dell'aeroporto. Da lunedì si tengono a Bengasi accese manifestazioni di protesta contro Jalil ed i membri del governo transitorio ex di Gheddafi, accusati di voler «scippare la rivoluzione». Il braccio di ferro fra laici e islamici, più o meno radicali, rischia di minare il paese come i poteri municipali armati fino ai denti.
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COMMENTI

8 commenti su  1  2   pagine dal più vecchio | dal più recente
#8 serjoe (1102) - lettore
il 15.12.11 alle ore 12:13 scrive:
E' azzardato affermare che per "ora nessuno rimpiange Gheddafi". Chi volesse esprimerlo pubblicamente nella nuova "libia democratica" rischia che gli sia tagliata la gola.
#7 pinogeo84 (1223) - lettore
il 15.12.11 alle ore 11:39 scrive:
Penso che sia piu' importante tenere sott'occhio la Francia e UK semplicemente ricordando Ustica, Mattei, Gheddaffi, Iraq and more. Infatti Il grande passo fatto per fermare il colonialismo degli anni trenta fu fatto dalle piu’ significative nazioni coloniali dell’ocidente, non per amore della giustizia, della quale a tutt’oggi, se ne fregano, ma per mantenere lo status quo e controllare che altre Nazioni non si mettessero a far la concorrenza. La polvere negli occhi poi, ce la diedero concedendo alle colonie l’indipendenza. Bravi; ma intanto il più era già stato fatto. Si diede una lingua franca, si suggerì una bandiera e si creò anche un mercato di preferenza che poteva servire ad un appoggio da usare nelle convocazioni internazionali. Se la colonia era stata ereditata da un’altra nazione colonizzante, si sradicò, per quanto possibile, tutto ciò che era retaggio(vedi Libia, Somalia ed Eritrea) acquisito dalla prima colonizzazione. E’ tutto qui signori. Apriter gli occhi e tenete duro
#6 pinogeo84 (1223) - lettore
il 15.12.11 alle ore 11:18 scrive:
Personalmente farei piu' attenzione a cosa ha in mente la Francia, Israele (attraverso gli USA) e l'Inghilterra. Malgrado cio' che si vuol dire contro il colonialismo italiano, rimane a tutt'oggi il fatto che non fu il peggiore, anzi, dal lato sociale fu l'unico ad usare il sistema del "Roman Low" attraverso il quale le tribu' arabe hanno sempre dialogato. Di piu' qui non si puo' aggiungere ma e' certo che agli occhi delle popolazioni libiche siamo (in sordina) i preferiti malgrado Ustica, Mattei Sarkozy e Youkey (UK). Fa' anche rima.
#5 tethans (391) - lettore
il 15.12.11 alle ore 11:09 scrive:
Qui nel Regno Unito gia si sapeva che la guerra in Libia era solamente per controllare i pozzi di petrolio e quelli del gas.e le dimissioni di Berlusconi un imposizione per i rapporti d'amicizia con Gheddafi , ora vedrete che i galli riusciranno a controllare e ha far cambiare i contratti italiani con il signore M.M . Il popolo italiano e un grande gregge che segue il suo pastore dentro la rupe , avete voluto la sinistra tenetevela pagate le tasse e godete. Le pensioni prima non erano nel mirino del governo , ma lo stipendio dei politici si ora e all'opposto pensione si stipendio no... Congratulazioni..
#4 Memphis35 (1014) - lettore
il 15.12.11 alle ore 10:34 scrive:
L'Italia ha un gran cuore. Accorre ovunque ci sia bisogno, coopera, aiuta, solidarizza,accoglie...ha sempre a cuore le sorti del mondo intero...tranne quelle dei propri cittadini.
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